IL vuoto ai tempi del coronavirus

“L’essenziale, adesso, è visibile agli occhi”

Ciascuno di noi  si sta confrontando con questo evento collettivo a modo proprio, con il suo stile emotivo, secondo il proprio modo di essere.
E non può che essere così!
Sono tante le emozioni che lo attraversano, e diverse le direzioni che vanno di volta in volta assumendo: personali, familiari, relazionali.. umane.

Lo sfondo comune da cui esse si sollevano è l’ignoto e l’impossibilità ad afferrarlo, controllarlo.
E’ il non-sapere che genera inquietudine, una tensione irrefrenabile, un vissuto di spaesamento che attanaglia.
Non-sapere cosa succede e quando avrà termine.
Notizie che si susseguono restringono l’attenzione e sintonizzano l’animo su un unico canale lungo un tunnel.
Difficile non essere inquieti, più realizzabile invece provare ad essere realisticamente preoccupati.
Infatti, per quanto tutto questo non ci piaccia, le emozioni di questo periodo sono le più adeguate al contesto che stiamo vivendo.
Le tonalità emotive che meglio si accordano a questo silenzioso fracasso.
Ora come sempre, non esiste la maniera giusta di come ci si debba o non ci si debba sentire;
non c’è una modalità ordinaria di vivere l’inconsueto, il non-familiare, questo tempo sospeso.
Ciascuno di noi con la propria sensibilità è chiamato a fronteggiare e destreggiare  questo “sentirsi in balia di..”.
Ognuno è costretto a restringere il proprio spazio di autonomia, ancor più di prima, entro quello collettivo.
E’ il tempo dell’ambivalenza, dove gli opposti si relazionano su piani paralleli senza mai incontrarsi:
siamo uniti nella sorte, ma alla giusta distanza; accomunati da regole stringenti che ci isolano in un abbraccio senza tocco.
Questa solitudine mette a nudo il desiderio dell’Altro, il bisogno dell’ovvio.

In questo momento, “l’essenziale, diventa visibile agli occhi”.
Ora, come rapportarci a tutto questo?
Come sostenere il non-ovvio, l’irregolare, questo nuovo schema di vita che risucchia e spazza via la rassicurante tranquillità della monotonia, del Noi, dell’indifferente e ovvia quotidianità?
Come già detto, Ciascuno si destreggia come può tra questo non-sapere che alimenta ansie, timori, noia e speranze..
Così, senza voler offrire ricette preconfezionate che siano valide per tutti, riporto unicamente la mia esperienza su come sto gestendo le emozioni di questo tempo, per mitigare l’effetto dirompente degli eventi in corso.

1) “Innanzitutto, moderando l’accesso all’informazione. Qualità e quantità”.

Una regola aurea, che come per tanti altri è assunta a norma, è la tipologia di informazioni che ho deciso di far mia.
Mentre scrivo questo post, posso immaginare le innumerevoli condivisioni di articoli dannosi, apparentemente verosimili ma essenzialmente catastrofici.
La regola è sempre la stessa: non fermarsi unicamente al titolo, guardare la fonte e usare il buon senso.

E paradossalmente, in questo momento potrebbe risultare ancora più agevole dribblare tutta questa pesantezza ed essere al contempo accuratamente informati.
Lasciamo perdere chi è immerso in un film tutto suo e concediamoci di essere  “realisticamente preoccupati”.
D’altronde, come non esserlo!
Ma stiamo attenti a non oltrepassare il perimetro del conoscibile, a non sconfinare troppo in là.
L’ansia è l’anticipazione di ciò che non si conosce e il come farvi fronte;
E’ immaginarsi con una zattera in mezzo all’oceano.
E’ quel cercare di controllare l’ignoto che aleggia in questo momento: un’operazione di per sè impraticabile.
Chiariamoci, è del tutto naturale essere preoccupati, lasciarsi andare a domande sul futuro, al timore per sè e i propri cari, ma inutilmente dannoso sfondare continuamente i limiti di quello che si ha sotto-mano, alla ricerca degli scenari più remoti.
Per tanto, mi curo della qualità dell’informazione a cui accedo.
Allo stesso modo, mi guardo bene dal non diventarne schiavo.
È naturale e doveroso tenere sott’occhio l’andamento dei fatti, ma è possibile farlo controllando di tanto in tanto lo sviluppo degli eventi, senza “attaccarsi al web”.
L’ansia si nutre dei nostri timori e del tempo che le dedichiamo ad alimentarla.
Moderare la qualità, ma anche la quantità.

2) C’è differenza tra il possibile e il probabile.

L’esser-preoccupati in questo periodo è un’emozione certamente ineludibile. E guai se non lo fosse!
E’ grazie ad essa che possiamo condividere le norme attuate. Il negare o bypassare questa dimensione emotiva esporrebbe tutti noi a comportamenti rischiosi.
Ma c’è differenza tra l’esser-preoccupati e il trascendere continuamente la realtà dei fatti immaginando tutta una serie di risvolti possibili e allarmistici.
Può sembrare del tutto ragionevole affaccendarsi in una certa “attività filmica” purchè fatta rientrare nella sfera del possibile. Ma è proprio qui che si annida l’ansia eccessiva: il coltivare fantasie che per quanto verosimili non appartengono allo stato attuale.

Ciò che ho sempre bene a mente, è che ciò con cui ci stiamo misurando non rientra nella sfera del possibile, che di per sé rende veritiera e fumosa qualsiasi possibilità, ma con quella del probabile, che differentemente rientra nel novero della statistica.
Come a dire che è certamente possibile ottenere testa lanciando in aria una moneta per duecento volte, ma altamente improbabile che ciò possa accadere realmente.
Con ciò non voglio far passare l’idea che le nostre preoccupazioni siano immotivate e che per tranquillizzarsi sia sufficiente far rientrare tutto nel regno della statistica e della razionalità.
Come ho detto, le emozioni di questo periodo sono adeguatamente in linea con il clima che questi eventi vanno strutturando.
Ma per quanto sia del tutto naturale lasciarsi andare a certe speculazioni e rappresentazioni future, cerco di relegarle nel loro “spazio di scena”, controbilanciandole con la realtà sottomano, che di per sè è l’unica di cui si abbia davvero certezza.
Quel che possiamo fare come esseri situati nel presente e rivolti al futuro, è conoscere ed osservare lo sviluppo degli eventi, regolarci sulla mossa dell’avversario, e anticiparne fattivamente gli effetti.
Non è passività, un semplice giocare in difesa, ma una modalità attiva, attuabile e vincente.

3) “Tra lo scegliere di cosa fare di questo tempo, scelgo di non esserne ostaggio”.

Le emozioni in gioco sono tante: ansia, timori, paura, preoccupazioni, senso di vuoto.
Tra esse certamente anche la noia, che può tradursi proprio in quell’atteggiamento compulsivo a controllare ossessivamente il flusso delle informazioni, con il risultato di restare costantemente all’interno della stessa atmosfera. Cambiamo aria, apriamo le finestre anche su altro.
Di questo tempo a disposizione, si può esserne ostaggi oppure farlo proprio, renderlo produttivo, a tratti distensivo.
La scelta, entro una gamma di regole imposte, è tra l’opportunità di in-vadere il proprio tempo, occupandolo e appropriandosene, o di e-vadere da esso senza riuscirci, restando confinati entro un tempo estraneo, imposto, un tempo tra parentesi.
Personalmente continuo a portare avanti la mia attività seppur in altre modalità. Ho attivato un canale Skype per le emergenze a cui accedere gratuitamente e continuo ad aggiornarmi e a mantenermi pronto per il sole che verrà.

4)”Accetto i vissuti che contrassegnano questo periodo, ma sto attento a cosa metto nell’animo”.

Non siamo in vacanza, e di certo non si può pensare di vivere tutto questo senza una pur minima dose di ansia, angoscia o preoccupazione.
Come dicevamo, è la negazione di questi vissuti che conduce all’adozione di comportamenti incauti e irresponsabili.
Evadere non vuol dire oltrepassare la salvaguardia delle regole di protezione della nostra comunità.
Confusione, rabbia, stress, tristezza, noia, preoccupazione, possono susseguirsi e auto-alimentarsi in cicli continui da cui non sempre è facile disconnettersi. Quel che si può fare è il non rincarare la dose.
Una buona dieta emotiva è forse la prescrizione più utile al momento:
accettare i vissuti che scorrono in questo periodo ma non accrescerli ulteriormente. Magari nutrire il proprio tempo di altri vissuti più congeniali al mantenimento di un certo equilibrio.
Per qualcuno questo può voler dire mettere il bavaglio ad anticipazioni catastrofiche, per altri il come invadere o evadere dal tempo-imposto a propria disposizione, per altri ancora può voler dire confrontarsi con la limitazione della propria autonomia, con il silenzio delle relazioni in lontananza o con il disagio di una troppa intimità.
Insomma, ognuno può avvertire una o più di queste dimensioni come maggiormente difficile.

Farsene carico significa confrontarsi con tutto questo, con la possibilità di scoprirsi anche in modi inediti.

5) Ritrovare se stessi.

Molte persone possono vivere questo isolamento come una seria difficoltà per la troppa vicinanza a Sè e all’Altro. Indaffarati o sempre in corsa verso il raggiungimento di obiettivi, la cura di sè come scoperta più autentica del proprio modo di essere, è una dimensione che col tempo si è smarrita o dalla quale si tende a prendere le distanze.
Eppure, è proprio in essa che si cela il benessere originario di ognuno di noi.
Questo stretto contatto tra Sè e Sè e le persone che si amano, ma da cui si trovano modi e tempi per sottrarsi, in questo momento potrebbero avere meno alibi e possibilità di fuga.
Molti rapporti possono essere riscoperti, rinvigoriti, o entrare in crisi.
Per quanto la situazione sia viziata da preoccupazioni e timori che ne amplificano i vissuti, essa spinge gioco-forza ad un maggior contatto. Certo si può scegliere, a volte anche inconsapevolmente, di continuare a sospendere certi vissuti, facendo ricorso alle consuete modalità di evitamento.
Oppure scegliere di entrare nel buio e riscoprire, chissà, una luce che si temeva o si credeva irrimediabilmente affievolita.
Fin dove riuscire a calarsi dipende dalla propria inclinazione e da quello che si avverte a naso.
Comunque sia, è possibile che inediti modi di avvertire Sè e l’Altro irrompano in tutta la loro urgenza: una chiamata a cui si dovrà rispondere, in una maniera o l’altra.

6) La certezza e una speranza!

L’angoscia è probabilmente l’emozione che più ci accompagna in questo periodo.
Ognuno di noi sarà preso da certe dimensioni esistenziali piuttosto che da altre, ma lo spirito che lo pervade ci accomuna.
Alla fine di tutto questo, molti ci avranno rimesso più di altri, purtroppo per tanti già in una maniera incommensurabile.
Il numero dei morti assume un valore esponenziale rispetto a quello dei guariti, per quanto statisticamente e fortunatamente sia l’inverso.
All’apprensione giustamente presente, si accompagna una profonda tristezza d’animo.
La mia certezza è che questa dura prova sarà superata. Non ne usciremmo indenni, ma cambiati.
La speranza è che questa scia di dolore e sofferenza porti con sè un cambiamento di prospettiva.
La speranza è che “l’essenziale torni ad essere invisibile agli occhi”, senza per questo dimenticarne la portata.

Un abbraccio a tutti.

Diego Chiariello

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Diego Chiariello

Psicologo clinico e Psicoterapeuta, da anni metto al servizio della mia comunità e di quella virtuale, l'esperienza e la passione per la pratica psicologica del benessere della persona.

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