Tumori e psicologia: cosa non dire ad un malato

Per un soggetto malato di cancro il supporto di famigliari e amici è molto importante. Non solo dal punto di vista pratico, per esempio per lo svolgimento delle attività domestiche, per fare la spesa, per accompagnarlo in ospedale, dove viene sottoposto ad esami diagnostici e terapie, ma anche dal punto di vista psicologico. Infatti, le persone care, con la loro presenza e il loro incoraggiamento, possono aiutare il paziente a convivere con la malattia, nell’attesa e nella speranza di conseguire la guarigione. Tuttavia, per assurdo, anche essere oggetto delle attenzioni e delle cure delle persone care può avere aspetti negativi. Pur animati dalle migliori intenzioni, amici e parenti possono fare e dire cose che invece di incoraggiare, rinfrancare e confortare il loro caro, risultano controproducenti. Di seguito vengono proposte dieci frasi che, dette ad un paziente affetto da cancro potrebbero essere percepite in modo negativo, urtare la sua sensibilità o apparire ipocrite.

Psicologia-e-tumori-495x300 Tumori e psicologia: cosa non dire ad un malato

“Non sai quanto mi dispiace per te”

È una frase che denota un atteggiamento di compassione, che non è sempre gradito. Infatti, per un malato rendersi conto che gli altri provano pietà per lui e per la sua condizione è quasi sempre avvilente. Anche determinati gesti di compatimento, come appoggiare una mano sulla spalla, possono generare più fastidio che incoraggiamento, specie se non sono abituali, ma legati a quella particolare circostanza. Molto meglio una frase del tipo: “vorrei tanto che tu non dovessi affrontare un problema così”, perché non fanno sentire il paziente come una vittima indifesa del destino, ma piuttosto manifestano solidarietà nei suoi confronti in un momento difficile.

“Se c’è qualcuno che può superare questa prova, sei proprio tu!”

Per un paziente non è confortante sapere che gli altri considerano la sua malattia come una prova da superare e lui come una persona con le risorse giuste per affrontarla. È anche utile e incoraggiante citare come esempi positivi persone che sono guarite dalla stessa malattia.

“Ti trovo proprio bene”

Spesso, può essere percepito come espressione di ipocrisia. Il malato di tumore si guarda allo specchio e quindi vede bene sul suo volto i segni della malattia. Per questo è consigliabile evitare “complimenti” inadeguati alla situazione, che possono risultare irritanti per chi li riceve e imbarazzanti per chi li fa. La cosa migliore è evitare di parlare dell’aspetto del paziente, a meno che non sia lui a volerlo fare.

“Come ti sei sciupato…”

Alcune persone credono che frasi di questo tipo servano a far capire al malato che si è consci del suo stato e lo si compatisce. Sono frasi ed atteggiamenti inadeguati, per i motivi sopra esposti. Piuttosto si potrebbe dire qualcosa che esprima la transitorietà degli attuali problemi, di salute e di aspetto fisico, e l’augurio di una pronta ripresa.

“Come vanno i tuoi controlli?”

Un paziente oncologico, al termine di esami lunghi, invasivi e complicati, in genere, non ha voglia di condividere, con amici e parenti, gli esiti dei controlli ai quali si sottopone, specie se hanno avuto esiti poco rassicuranti. Quindi, anche se si è spinti da un reale interesse o da una sincera volontà di partecipazione, sarebbe importante controllarsi ed evitare di stressare il malato con richieste dirette di informazioni. Piuttosto, si possono chiedere notizie a qualche parente o amico stretti che ne è già al corrente.

“Qualunque cosa io possa fare per aiutarti, sono a tua disposizione”

Un malato apprezza quasi sempre un’offerta di aiuto ben definita, difficilmente profferte vaghe. Amici e parenti che si propongono per andare a fare la spesa, portare i figli a scuola, preparare la cena possono risultare di grande aiuto. Offerte generiche, invece, obbligano il paziente a richieste esplicite, che possono metterlo in imbarazzo.

“Non c’è motivo di preoccuparsi”

Negare l’evidenza o minimizzare l’entità della patologia è inutile e anche offensivo ed irritante per chi ha un tumore. Quando un malato parla delle sue paure e dei suoi timori, in genere, non lo fa per sentirsi dire che sono eccessivi e che tutto andrà bene, ma piuttosto perché discutere dell’argomento può aiutarlo a scaricare la sua ansia. La cosa migliore che può fare il suo interlocutore è ascoltarlo.

“Come sei stato con la chemioterapia?”

Curiosità di questo genere possono indurre reazioni negative nelle persone sottoposte a tale cura. A un paziente oncologico non fa piacere raccontare i dettagli di un trattamento aggressivo che notoriamente ha gravi effetti collaterali. Quando è in compagnia di parenti e amici preferisce parlare di argomenti piacevoli, per distrarsi e alleggerire la tensione.

“Non vedo l’ora di incontrarti”

Suona come una pressione indebita, che non tiene conto delle esigenze e dei ritmi di una persona affetta da cancro. Peggio ancora se poi si aggiunge che la propria agenda è fitta e che è difficile trovare il tempo di fare tutto. Meglio semplificare l’approccio e proporre qualche data o ora giuste per l’incontro.

“La notizia della tua malattia mi ha sconvolto”

È una frase che non solo non manifesta sostegno alla persona malata, ma rischia piuttosto di deprimerla. Chi ha la salute e la vita sconvolta è il malato di tumore. E’ meglio che l’amico o la persona cara mettano a disposizione del malato di cancro la loro positività e la loro energia nel supportare il malato di cancro.

Fonte: The Guardian

 

La depressione dalla prospettiva delle neuroscienze

Un interessante video sulla depressione dalla prospettiva della biologia. La depressione è una patologia multifattoriale che coinvolge diversi ambiti, quello psicologico, medico, sociologico. Fondamentalmente, oggi si ritiene che in alcune forme di depressione o meglio disturbi dell’umore, sia preponderante una componente biologica mentre in altre quella psicologica. La differenza è rispetto alla gravità e persistenza dei sintomi, in alcuni disturbi di una certa gravità, vi è una chiara preponderanza della componente biologica.

Il trattamento più utilizzato nella depressione è solitamente una combinazione della terapia psicologica e di quella farmacologica per alcune forme depressive, o della sola terapia psicologica. Ciò dimostra che per quanto una terapia farmacologica in certi casi si renda necessaria, in tutti quanti quella psicologica si rivela essenziale.

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Interpretare il disegno di un bambino

E’ ormai noto che i disegni di un bambino possono rivelarsi degli utili strumenti di investigazione sul suo mondo interiore ed offrire preziose informazioni sul suo vissuto emozionale.

Spesso però i genitori non hanno alcuna nozione sull’interpretazione dei disegni e potrebbero non tenere nella giusta considerazione alcuni (di) segni rivelatori o al contrario dargli eccessiva importanza.

Questo post fornisce alcune informazioni utili per interpretare gli elementi contenuti all’interno di un disegno, tenendo comunque presente che la simboleggiata contenuta nei disegni dei bambini non va presa alla lettera, ma inserita in un’osservazione più ampia che tenga conto anche dell’età e della maturità del bambino.

Qui di seguito qualche strumento per interpretare i disegni in base agli elementi utilizzati e ai colori.

Test-del-disegno1 Interpretare il disegno di un bambino

Orientativamente, un bambino attraversa tre fasi:       

  1. motoria (fino a 2 anni e mezzo circa): lo scarabocchio permette di scaricare energia con gesti sempre più consapevoli e controllati;
  2. rappresentativa (fini a 4 anni circa): lo scarabocchio si evolve in un disegno più intenzionale, ma rappresenta ancora la realtà così come percepita dal bambino;
  3. figurativa (fino a 11 anni circa): si passa dal realismo intellettuale (il bambino disegna la realtà così come la conosce e riesce a riprodurla) al realismo fotografico (il bambino inizia a riferirsi alla realtà come realmente è).

Gli elementi da valutare

Il Foglio (rappresenta l’ambiente da esplorare):

  • completamente occupato dal disegno: il bambino è socievole ed estroverso, ha fiducia in stesso, verso gli altri e verso situazioni sconosciute;
  • il disegno travalica il foglio: il bambino vuole essere al centro dell’attenzione ed è poco riflessivo;
  • poco occupato dal disegno: il bambino è insicuro e introverso;

 

Il Tratto:

  • regolare e sicuro con prevalenza di linee curve: rivela buone capacità di adattamento, fiducia verso gli altri, espansività, socievolezza, libertà di esplorare, determinazione;
  • irregolare e incerto con prevalenza di tratti spigolosi e cancellature: rivela introversione, paura di rimproveri e di sbagliare, aggressività e ansia.

La Pressione sul foglio:

  • debole: indica sensibilità e timidezza;
  • forte: indica irruenza, entusiasmo e grinta.

I Colori:

  • caldi (rosso, giallo, arancione): preferiti da bambini estroversi, istintivi e curiosi;
  • freddi (blu, azzurro, viola): preferiti da bambini timidi, razionali e introversi;
  • punto di equilibrio: verde (indica sia tranquillità che ribellione).

Cosa disegna?

Il Sole (rappresenta la figura paterna):

  • nascosto: segno di disaccordi col padre;
  • senza raggi: indica un padre freddo o assente.
La Figura umana rivela come il bambino percepisce se stesso. Osserviamo:

  • la grandezza: una figura troppo piccola denota timidezza e scarsa fiducia in sé;
  • testa: se molto grande indica egocentrismo o esuberanza; se molto piccola la difficoltà di relazionarsi agli altri;
  • occhi: se molto grandi dimostrano curiosità; se molto piccoli introversione e diffidenza;
  • naso: è legato alla sessualità;
  • barba, baffi e capelli: denotano forza o bisogno di affascinare;
  • denti: se presenti, indicano rabbia o aggressività;
  • orecchie: se grandi denotano curiosità;
  • cappello: se presente, esprime la sensazione di sentirsi sotto osservazione;
  • collo: se molto lungo riflette il bisogno di rifugiarsi nei sogni o mettersi in mostra, se molto piccolo indica ansia;
  • braccia: se aperte, esprimono apertura verso gli altri;
  • mani: pugni chiusi o mani ad artiglio denotano aggressività;
  • gambe: se molto lunghe indicano il desiderio di crescere; se molto corte il bisogno di protezione;
  • piedi: rappresentano la stabilità, perciò, se mancano o sono molto piccoli, indicano timore verso l’ambiente e fragilità;
  • assenza di tratti nel volto: simboleggia una negazione della realtà;
  • presenza di bottoni sui vestiti: esprime la paura dell’abbandono.
  La famiglia. Osserviamo:

  • il personaggio disegnato per primo: è colui che il bambino ammira di più;
  • un personaggio assente o cancellato: esprime un rifiuto (anche come reazione ad un sentimento di gelosia) e una situazione di sofferenza;
  • un familiare molto più piccolo degli altri: potrebbe essere visto come un rivale;
  • un familiare molto più grande degli altri: potrebbe essere visto come una figura dominante, che lo inibisce;
  • un familiare in disparte: indica difficoltà di stabilire un legame forte. Se è il bambino stesso a disegnarsi in disparte ciò può indicare la paura di essere cattivo;
  • tutti i familiari separati tra loro: paura del contatto fisico;
  • rifiuto di disegnare la famiglia: segnala un disagio o una sofferenza.
  L’albero: rappresenta l’Io più profondo. Osserviamo:

  • le radici: simboleggiano l’attaccamento alla famiglia, perciò, la loro mancanza indica un bisogno di affetto e rassicurazione;
  • il tronco: se grande esprime ambizione e narcisismo, se proporzionato delinea un carattere indipendente, se esile indica chiusura; un buco sul tronco potrebbe esprimere la paura del buio;
  • le fronde: se predominanti rispetto al tronco indicano un bambino fantasioso o pigro; se molto piccole indicano egocentrismo;
  • la frutta: se attaccata ai rami indica estroversione, se sospesa indica sfiducia in sé e malinconia.
La casa (rappresenta come il bambino vive, i suoi rapporti con la famiglia e con l’esterno). Osserviamo:

  • dimensioni: se è grande dimostra ospitalità, perciò estroversione; se è piccola timidezza e bisogno di conferme;
  • porte e finestre: se sbarrate esprimono chiusura, pensati influenze da parte dei familiari o la paura della morte; se aperte denotano apertura e curiosità.

Il significato dei colori

Il colore viola rappresenta l’urgenza di esprimersi o l’emergere di un bisogno improvviso e il suo apparire frequente è in relazione a quella situazione ambientale che non consente al bambino di muoversi liberamente in tutti i settori per le regole o le norme di comportamento che gli vengono imposte.

Il colore blu rappresenta l’intensità dell’espressione. Possono essere carichi sia un sentimento che un cibo o uno scritto. Ma può essere carica anche l’intenzione di esprimersi. L’intensità rappresentata dal blu è quella di esprimere le proprie capacità.

L’azzurro rappresenta una specie di fonte da cui si potranno attingere gli elementi occorrenti ad una vera e propria espressione. Non si sa ancora quali elementi si prenderanno da quella fonte per la propria espressione; si ha soltanto la certezza che i materiali sono molti, ma ancora inutilizzati. Questa fonte è costituita da un tipo di sensibilità che consente di percepire la realtà esterna oltre i limiti dei cinque sensi e di proiettare la propria realtà interiore.

Il verde è il colore della crescita dell’Io, del processo di maturazione e della sfera intellettuale con tutti i problemi di relazione con gli altri. Con il verde cresce il processo creativo del bambino e con esso si esprime la sua auto affermazione. Nel verde, infatti, c’è determinazione e perseveranza. Pertanto l’uso del verde nei disegni dei bambini è l’espressione di questo bisogno di crescere che investe tutti i piani, dal fisico all’intellettuale.

Il colore giallo rappresenta la selettività, la capacità di scelta. Una volta iniziato il processo di crescita, l’essere umano si trova di fronte alla necessità di scegliere tra tutti gli elementi che la realtà gli offre per poter procedere nella sua maturazione e evoluzione.

L’arancione, indica un progressivo aumento d’energia e calore che il bambino tira fuori attraverso l’uso che ne fa e la sua presenza dell’arancione nei disegni dei bambini esprime quasi sempre una buona capacità di vivere le proprie scelte.

Il rosso è il colore dell’intensità nell’azione. Esprime la forza vitale del bambino, il suo bisogno di azione, di essere nel mondo agendo con tutto se stesso, con il suo corpo. Il rosso è il colore stimolante per eccellenza, è il desiderio di vivere intensamente la vita, di vivere dentro le esperienze.

Il grigio rappresenta uno stato di tensione. Non nel senso di una tensione conflittuale, che tende a creare angoscia o ansia.

Il nero è il simbolo dell’inattività e rappresenta lo stato di sonno di una o più dinamiche interiori, che il bambino vive in quel momento. Il nero infatti, non è un colore, è il buio, assenza di luce e di colore e può indicare repressione di una situazione interiore, dovuta a comportamenti e norme imposte dall’esterno.

Il colore rosa è il desiderio di perfezione insito in ogni essere umano e maggiormente in un bambino che vive in misura minore i limiti imposti dai condizionamenti.

Il colore marrone esprime il desiderio di vivere in modo gioioso un’esperienza che si sta facendo o si vorrebbe fare. L’integrazione del marrone con gli altri colori esprime più direttamente questo modo di affrontare la vita.

Il colore bianco compare nei disegni come parte non disegnata. In questo caso il suo significato non è valido come simbolo del colore bianco, ma come separazione tra le diverse forme e colori.

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Conclusioni:

L’interpretazione del disegno è un test molto utilizzato nell’ambito dell’età evolutiva.

I disegni di un bambino rappresentano una finestra sul suo mondo interiore e spesso si rivelano il modo migliore per reperire informazioni utili.

Infatti data l’età dei soggetti,  molte volte non è possibile raccoglierle attraverso il solo colloquio. In questo caso i disegni potrebbero nascondere degli elementi che se ben interpretati aiutano a comprendere lo stato emotivo del bambino e questo in molti casi può essere di importanza fondamentale.

Come già detto, l’interpretazione del disegno è uno strumento che trova la sua massima espressione soltanto nelle mani dell’esperto, che è in grado di inserire i disegni all’interno di un quadro che tenga conto di diversi elementi così da ottenere un profilo più esaustivo.

 

 

10 cose che (forse) non sai sull’autostima

L’autostima è una dimensione intima del nostro sentirci. Queste 10 cose che (forse) non sai su di essa serviranno a fare maggiore chiarezza su un concetto tanto diffuso quanto poco chiaro.
L’autostima è un concetto psicologico attorno al quale ruota un mercato di miliardi di dollari.
Vista la moltitudine di articoli, libri, programmi e seminari (spesso della durata di pochi giorni e descritti come “miracolosi”) volti al miglioramento dell’autostima, si potrebbe pensare che la nostra comprensione di questo costrutto psicologico sia piuttosto avanzata.

Purtroppo non è così: vi è ancora un certo disaccordo su che cosa essa sia in realtà.

Dopo decenni di discussioni in merito alla definizione di autostima, vi sono tuttavia alcuni punti su cui la maggior parte degli psicologi sembra concordare. Eccoli

bassa-autostima_1-300x135 10 cose che (forse) non sai sull'autostima

 

1. Vi sono diversi tipi di autostima

Gli scienziati concordano sul fatto che la nostra autostima possa essere sia “globale” (cosa pensiamo di noi stessi e come ci sentiamo con noi stessi in generale) sia “specifica” (cosa pensiamo di noi stessi e come ci sentiamo con noi stessi in ruoli specifici, ad esempio come genitori, come professionisti, come sportivi etc).

Anche se tutti noi abbiamo diversi domini specifici di autostima, non tutti hanno la stessa importanza, perché…

 

2. L’impatto dell’autostima specifica su quella globale varia

Più un dominio specifico di autostima è importante e significativo per noi, più questo impatterà sulla nostra autostima globale. Per esempio, giocare una pessima partita di golf non ci danneggerà molto se per noi il golf non è così importante, ma creerà potenzialmente una grave ammaccatura nella nostra autostima globale se siamo giocatori di golf professionisti.

Ecco perché…

 

3. La nostra autostima oscilla di giorno in giorno e di ora in oraimages 10 cose che (forse) non sai sull'autostima

Proprio come in una classica “giornata no” dei nostri capelli che si rifiutano di stare al loro posto, un giorno possiamo alzarci che stiamo particolarmente bene con noi stessi e ci sentiamo sicuri di noi, mentre soltanto il giorno dopo possiamo sentirci totalmente incapaci. Solitamente crediamo che la nostra autostima sia cristallizzata, o alta o bassa, invece è molto più fluida e dinamica: subisce aumenti e diminuzioni in base ai feedback interni che ci diamo e a quelli esterni provenienti dall’ambiente.

Spesso si pensa che avere un’autostima molto alta sia la condizione ideale, invece…

 

4. Avere una autostima molto elevata non necessariamente è un aspetto positivo

Idealmente, la nostra autostima dovrebbe essere ragionevolmente alta, ma non eccessivamente alta! I narcisisti tendono ad avere sentimenti di sé molto alti, tuttavia la stima di sè che essi hanno è anche fragile e instabile. Anche gli insulti più piccoli possono far sentire il narcisista profondamente ferito. È per questo motivo che le persone con una percezione di sè ragionevole (e stabile) tendono ad essere psicologicamente più in salute rispetto a quelli con una autostima alta (ma fragile).

Se pensate che i narcisisti siano incredibilmente attraenti, ciò potrebbe essere dovuto al loro aspetto sempre impeccabile, ma questo non dice molto della loro autostima perchè…

 

Le sei verità sull’essere felici!

Leggi

 

5. L’autostima non è correlata all’attrattività fisica

aspetto-fisico-300x194 10 cose che (forse) non sai sull'autostimaAlcuni studi hanno scoperto che persone con una bassa stima di sè venivano giudicate attraenti tanto quanto quelle con alta autostima. Ciò che fa la differenza invece è come noi ci presentiamo agli altri. Immaginate due persone ugualmente attraenti: quello che si sente meglio con se stesso, vestirà in modo più interessante, sarà più sciolto e sicuro di sé, quindi lascerà un’impressione migliore rispetto alla persona insicura…

Se credete di essere persone attraenti, probabilmente vi sentirete meglio con voi stessi anche perché la gente vi darà più attenzioni e vi farà più complimenti, mentre invece…

 

6. Le persone con autostima bassa sono resistenti ai feedback positivi

Sfortunatamente, avere una bassa autostima ci rende resistenti ai complimenti e ai rimandi positivi che, invece, potrebbero aumentare il nostro sentimento di sentirci attraenti. Quando la nostra autostima è bassa, ci sentiamo non degni di ricevere lodi. Molte persone cercano di migliorare la loro autostima facendosi da soli i complimenti in forma di affermazioni positive, per esempio “Sono attraente e degno di amore” o “Avrò presto un grande successo”.

Purtroppo …

 

7. Affermazioni positive possono far sentire le persone con bassa autostima… anche peggio!

Quando le persone con bassa autostima ricevono complimenti, non solo sono resistenti, potrebbero sentirsi addirittura peggio. Infatti, quando un apprezzamento cade lontano dal proprio sistema di credenze, si tende a rigettarlo. Quando qualcuno si sente profondamente debole e senza potere, ricevere un complimento di forza e di prestanza non fa altro che ricordare alla persona quanto in quel momento invece si sente esattamente nella condizione opposta. Ironia della sorte, le persone che tendono a beneficiare maggiormente di affermazioni positive sono coloro che hanno già un’alta autostima.

I complimenti “auto rivolti” non sono l’unico “rimedio fai da te” utilizzato per aumentare la propria autopercezione positiva. Sul mercato ce ne sono molti altri, purtroppo tutti seguono il principio appena esposto. Infatti..

 

8. La maggior parte dei “programmi” per aumentare l’autostima… non funzionano!!

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Alcuni studi mostrano che l’autostima di molte persone non cambia dopo l’utilizzo di programmi e seminari volti a promuoverla. Allora, perché questo costrutto mette comunque in moto un mercato così fiorente? Gli studi in questo senso hanno scoperto che, dopo aver svolto un programma di incremento dell’autostima, tendiamo a distorcere i nostri ricordi di come ci sentivano prima di iniziare, e ricordiamo il nostro precedente livello di autostima come più basso di quello che era in realtà. Crediamo dunque che la nostra autopercezione sia migliorata quando, in realtà, non è cambiata.

E’ un vero peccato che molti di questi programmi non funzionino, poiché…

 

9. Avere un’autostima ragionevolmente alta funziona come un “sistema immunitario emozionale”

Quando la nostra stima è più alta, soffriamo meno di stress e ansia, sperimentiamo rifiuti e fallimenti come meno dannosi e ci riprendiamo da esperienze dolorose in tempi più rapidi. In questo senso, l’autostima può fungere come “sistema immunitario emozionale”, che ha la funzione di tamponare le nostre ferite emotive e psicologiche.

Ne consegue che dovremmo fare tutto il possibile per proteggerla e rafforzarla, eppure…

 

10. La maggior parte dei danni alla nostra autostima sono auto-inflitti

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Purtroppo, spesso reagiamo a rifiuti e fallimenti diventando autocritici, mettendoci ad elencare tutti i nostri difetti e le nostre carenze, rivolgendoci a noi stessi con epiteti offensivi e prendendoci metaforicamente a calci quando siamo già giù. Inoltre utilizziamo ridicole giustificazioni danneggiando ulteriormente la nostra fragile autostima quando è già ferita, ad esempio “Me lo merito!”, “Questo mi servirà per restare umile”, “Devo tenere le mie aspettative più basse”, “Mi detesto”. C’è un programma adatto a tutti e che può fare miracoli per la nostra autostima: abolire le autocritiche inutili e i dialoghi interni punitivi … ed è anche gratuito!

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Le mie osservazioni:

Non è così semplice come si potrebbe credere, definire il concetto di autostima. Per alcuni addirittura non avrebbe ragione di esistere se non per il business e il mercato che muove.

Tuttavia, trovo davvero utili e interessanti alcune di queste delucidazioni su questo costrutto psicologico.

Innanzitutto,  l’idea che esista una  autostima specifica per ciascun ambito della propria vita e che essa sia variabile da periodo a periodo, richiama l’assunto che ognuno di noi ne abbia una propria e che non sia possibile stabilire un valore oggettivo per tutti.

Il modo di sentirsi di ognuno cambia ed è unico da individuo a inviduo.

Inoltre, introducendo le variabili dello spazio ( i diversi ambiti della vita di ciascuno) e del tempo ( il momento di vita in cui si è immersi) si può comprendere perchè una persona potrebbe avere una maggiore autostima in certi spazi (ad esempio io potrei sentirmi sicuro nei rapporti lavorativi ma meno abile in quelli interpersonali), e in certi periodi anzichè altri (è da quando sono diventato single che mi sento più insicuro).

Un’ultima considerazione riguarda l’dea di un’autostima globale che risente dell’autostima specifica, ossia dell’autostima appartenente a una singola area o ambito di vita. Infatti, se è vero che una certa fragilità in una specifica area possa avere un impatto sul livello generale di autostima, abbassandone il grado, è vero anche il contrario. Difatti, una maggiore sicurezza in una singola area potrebbe accrescere in maniera complessiva l’austotima percepita globalmente. Ciò significa che l’aumento di sicurezza percepita ad esempio nei rapporti professionali potrebbe aumentare anche quella nei rapporti interpersonali e viceversa.

Insomma, la fiducia accresciuta in un ambito nel quale si avvertiva una certa fragilità, non resta necessariamente limitata a quell’ unico campo ma ha quasi sempre un valore circolare. 

“ Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso ”.
(Erich Fromm)

 

 

 

Come si sviluppa una dipendenza? Come evolve? Da dove nasce?

Come si sviluppa una dipendenza, e come evolve? Ma soprattutto, da dove nasce?

Questo video illustra in una maniera semplice l’evolversi di una dipendenza da sostanze e le sue conseguenze devastanti.
Ma, quello che nessun video o qualsiasi altro post che illustri questo fenomeno come un’esperienza oggettiva (cioè valida per tutti allo stesso modo) può fare, è afferrare come e quando essa cominci.
E quindi, quello che non può cogliere, è proprio “come nasca” una dipendenza.
Innanzitutto, perchè a differenza di quanto molti possano pensare, non è l’utilizzo costante a far “nascere” la dipendenza. L’uso e il consumo abituale (nel caso di sostanze) ne “giustifica” in parte soltanto il mantenimento.
Per cui, non sempre, si comincia per “ignoranza” e poi si è vittime a causa degli effetti fisiologici che essa produce.
In pratica, prima che il consumo e poi il suo mantenimento diventino dipendenza e si strutturino come tale, c’è un vissuto emotivo che spinge un individuo verso l’infausto consumo.
Spesso si tratta di un senso di vuoto o di un modo di avvertirsi emotivamente, che attraverso l’uso della sostanza ne consente la gestione e ne mitiga gli effetti, col risultato che la dipendenza e tutto ciò  che ad essa si lega diventano un ulteriore peso da mantenere.
Quindi, prima di cominciare, c’è già un certo modo di sentirsi che avvicina un individuo a cominciare e poi a non poterne fare più a meno.
E questo modo di sentirsi che avvicina all’uso di una certa sostanza, o anche ad altre tipologie di dipendenza, ad esempio il “Gambing” (gioco d’azzardo), sono da rintracciare nella storia di vita personale dell’individuo, che è unica per ciascuno di noi.
Insomma, la causa non è il consumo ( anche se in seguito esso diventa parte integrante) , ma il modo di sentirsi, di avvertirsi, che spinge verso…e che poi si automantiene anche attraverso la fisiologia dell’organismo, (l’astinenza, ad esempio) e i cambiamenti cognitivi che ne derivano.
La domanda di fondo diventa dunque:
com’è che ad un certo punto la “pallina gialla” acquista una certa significatività, bisogno o necessità. Perchè ad un certo punto del proprio cammino esistenziale, si sceglie di “pizzicarla”?

Se la scienza fisiologica può indicare come si sviluppa una dipendenza e come essa evolve, ossia gli effetti che le sostanze producono sull’organismo ristrutturandone la condizione di stato ottimale, spetta alla psicologia quale scienza dei vissuti e dell’esperienza rintracciare nella storia personale di ciascuno i vissuti emotivi e l’esperienza di vita che ne “giustifichino” la nascita.

Il test dei tre setacci

Condivido con voi una di quelle storie che circolano sul web. Non sono certo che l’autore sia effettivamente il grande filosofo greco, ma la saggezza contenuta in essa è di certo innegabile.

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?
– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

La-storia-dei-tre-setacci Il test dei tre setacci

UNITI!

Un’ emozionante video sulla necessità di restare uniti sui grandi temi;

In questo momento, come negli anni a venire.

“ Together we stand, divided we fall ”
(Insieme stiamo in piedi, divisi cadiamo)

(Pink Floyd)

Procrastinare…come pensarci all’infinito senza agire

In un precedente articolo, abbiamo detto che capita a tutti di procrastinare, rimandare dei compiti, impegni, progetti. Inoltre, sempre lo stesso post prendeva in esame le cause più comuni all’origine della procrastinazione, fornendo anche dei suggerimenti pratici per potervi far fronte. 

Quello che qui invece mi piacerebbe mettere in evidenza è una modalità del procrastinare più insidiosa perchè spesso inconsapevole o comunque non visibile del tutto.

rimandare-le-cose Procrastinare...come pensarci all'infinito senza agire

Conformismo: come il gruppo influenza i nostri pensieri.

Uno dei più celebri e classici esperimenti di psicologia sociale su quello che da allora in poi è stato definito “conformismo”. 

Conformismo Conformismo: come il gruppo influenza i nostri pensieri.
René Magritte, Golconde, 1953

Succede, almeno una volta nella vita, di trovarsi nella situazione di mostrarsi d’accordo con il resto del gruppo, anche se in realtà non lo siamo.

Questo processo è stato definito da Solomon Asch conformismo e si riferisce al modo in cui il piccolo gruppo in cui siamo inseriti influenza il nostro personale modo di vedere la realtà. Così, siamo più preoccupati di adeguarci al giudizio degli altri, che di esprimere la nostra opinione.