Balena blu e suicidio giovanile. Cosa c’è di vero?

Balena blu, era diventato sinonimo di terrore per tantissimi genitori di mezzo mondo e un fatto di assoluta incredulità per chi pur non essendo genitore ascoltava notizie riguardanti questo (vecchio) fenomeno legato alla nuova generazione di adolescenti denominati “nativi digitali”, termine coniato per indicare coloro che sono nati e quindi cresciuti all’interno dell’era digitale.
Ma Balena Blu non è l’ultimo espediente di giovani annoiati in cerca di forti emozioni.
Quello che avrebbe caratterizzato almeno a prima vista questa nuova tendenza era la sua apparente enigmaticità, la sua assurda e totale mancanza di alcun senso.
Ma andiamo con ordine.
Secondo un video della nota trasmissione “Le Iene”, Balena Blu è un macabro “gioco” (gioco inteso come  insieme di regole) che consiste nel seguire un copione di 50 regole prestabilite, dietro la supervisione di un “curatore” (un tutor). Il curatore è una persona mai vista e conosciuta che ha il compito di seguire il giocatore nello sviluppo del gioco inviando continuamente informazioni inerenti le sfide. Ogni giorno il giocatore deve portare a termine la sfida giornaliera e in alcuni casi mostrare il risultato al curatore, come ad esempio l’essersi tagliato in una zona del corpo specifica, o l’aver visto una serie di filmati a sfondo horror.
Non si sa chi ci sia dietro tutto questo, chi sia a “reclutare” e ad inviare le regole ai potenziali giocatori. Al momento, sempre secondo la trasmissione di Italia uno è stato arrestato soltanto uno degli organizzatori, un ventiduenne russo, paese da cui sembrava aver avuto inizio il diffondersi del gioco.
Se altri “giochi giovanili” (come il surfing sui treni in movimento o il tuffarsi dal piano alto di un albergo nella piscina sottostante) pur nella loro estremità consentivano di fare dei ragionamenti, Balena blu sfuggiva alle consuete spiegazioni di sempre.
La sfida non consiste nel misurarsi con la morte ed uscirne indenni ma nel “non” sottrarsi ad essa.
Per superare la prova finale, infatti, il giocatore deve uccidersi lanciandosi dal palazzo più alto della propria città.
Qualcosa di davvero inconcepibile!
Questa volta non si tratta del solito gioco in cui cercare scosse di adrenalina e nemmeno la spiegazione sull’immaturità giovanile può venirci in soccorso nella sua comprensione, ed è difficile credere che si tratti della ricerca da parte di un giovane di approvazione e adulazione.
Difficile che ci sia tutto questo. Perchè stavolta alla fine del gioco c’è solo la pura e incomunicabile fine del proprio viaggio.
Un “game-over” in solitaria, o meglio, accompagnati da uno o più giocatori atti a filmarne le gesta estreme.
Terribile anche solo pensare qualcuno di questi ragazzi, possa addirittura fantasticaere sui commenti post-mortem.
Perchè da quello che “emergerebbe”, i ragazzi che sono riusciti e che riescono nell’ultima prova diventano una sorta di eroi, “quelli che hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo” come ebbero a dire alcuni compagni alla madre di una delle giovani vittime suicida.
Impossibile capire cosa passi nella testa di un adolescente in quel momento in cui “ha deciso” di non arrendersi e di andare fino in fondo.
Una cosa sola è certa: non è il brivido la molla che spinge e mantiene il tutto, perchè a differenza di altri giochi qui si vince con il proprio suicidio.
Suicidio, un atto catalogato come uno tra i più folli che un essere umano possa commettere. E se quindi di follia si tratta, siamo autorizzati a concludere che la spiegazione a tutto questo è di natura mentale, che il tutto è da addebitare alla condizione mentale di chi lo compie. E se poi la vittima è per di più indotta al gesto estremo da qualcun’altro, ne possiamo ragionevolmente concludere che si tratta di plagio mentale. Senza ombra di dubbio!

Ecco allora che i conti tornano, ecco allora che la spiegazione rassicurante per un atto così incommensurabile è stata raggiunta:
sono i ragazzi fragili di mente le vittime designate e la loro unica colpa è quella di essere delle facili prede da condizionare ed assoggettare. Discorso chiuso.

Eppure qualcosa non quadra. Dalle interviste sembrerebbe infatti che le vittime designate siano ragazzi come tanti altri, riconosciuti all’interno della propria cerchia di amici, ragazzi apparentemente sani, con tanto di relazioni sociali e di interessi.
Non quindi l’indecifrabile gesto di un giovane già afflitto dalla vita e per questo facilmente condizionabile ma ragazzi che ad un certo punto entrano in gioco perverso, macabro, micidiale.

Ora, se crediamo che dietro a tutto questo si nasconde soltanto il plagio di una mente debole o magari di una mente piegata e indotta alla follia con tecniche Kubrikiane, chiaramente, ci allontaniamo dalla verità.
Certamente c’è una giovane mente condizionata, una mente assoggettata, ma non da un gioco, ci deve essere qualcos’altro, qualcosa di ancora più insidioso. 
In una società dove l’impresa più ardua per un adolescente è diventata la costruzione della propria identità e la gestione del vuoto, la ricerca di una propria individuazione pone enormi difficoltà, angoscia e inquietudine.
Le domande allora da porsi non sono soltanto psicologiche, da psicologo dico che la spiegazione non va ricercata unicamente in una fragile mente in via di sviluppo nè in una sofisticata tecnica di plagio mentale, ma nel loro abbraccio fatale, e in questa loro possibilità di incontro.
Sarebbe sbagliato spostare tutto il carico delle “responsabilità” sulle fragili menti dei ragazzi e degli occhi sfuggenti delle famiglie.
Questa volta l’interrogazione è di natura sociologica e culturale, oltre che psicologica, ed investe tutti noi, il vuoto e la mancanza di senso che rimandiamo continuamente a chi ci segue e prosegue.
Detto questo, seppur Balena blu (come è facile immaginare) resta soltanto l’ennesima notizia costruita per stupire e far audience, solleva un’interrogazione e una drammaticità purtroppo vere e sempre attuali: il suicidio giovanile.
Come ebbe a dire un passeggero con cui condividevo il diretto per Bologna:
“questi ragazzi sembrano come castelli: alti e imponenti, ma pur sempre espugnabili”.

E così anche Alessandro D’avenia a proposito dei cosiddetti “nativi digitali”, i giovani notoriamente considerati più intelligenti rispetto alle generazioni passate per il fatto di essere nati in un’epoca di intenso sviluppo tecnologico e cerebrale, così si esprime:

“Nell’uso generico di smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello simile a quello di un adulto. Ma quando si tratta di operazioni più complesse chiedono aiuto. Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello degli adolescenti della mia generazione. E la scienza lo conferma […]
Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: “ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi”. Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema […]
Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di homo sapiens, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione genetica […]
Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della “crisi dell’esperienza”.
Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva”.

Diego Chiariello

 

Quali emozioni sono positive e quali negative?

Quali emozioni sono positive?

Quando tempo fa mi è stata posta questa domanda, per un momento davvero non sapevo cosa rispondere, in quanto non ne afferravo il senso. E non perchè la domanda non avesse alcun significato in sè, quanto piuttosto perchè il suo senso mi sembrava davvero profondo:
a mio avviso, dietro la domanda su quali emozioni siano positive, si presuppone l’idea che le emozioni siano degli oggetti, qualcosa che possediamo ma da cui possiamo anche distaccarcene, qualcosa che ci accompagna in certi momenti della giornata e in altri no, qual-cosa…appunto come fossero cose.

In psicologia si tende a dividere le emozioni in positive e in negative, in base alla loro utilità.

Ma è davvero così? E’ giusto esprimerci in questo modo sulle “nostre” emozioni?

Tempo fa, un esperto di alimentazione, mi diceva che non è del tutto corretto parlare di “buona alimentazione” intesa come qualcosa che “rafforza” l’organismo e che al contrario si dovrebbe discutere soprattutto di alimentazione dannosa, alimentazione non salutare.
A suo dire infatti, se lo zucchero è nocivo per la salute (non me lo sto inventando) e quindi si può affermare che faccia “male”, è scorretto invece dire che la frutta faccia “bene”.
Certo non è dannosa ma nemmeno dona i super-poteri, semplicemente è adeguata al nostro organismo e in questo possiamo dire che è salutare.
Ciò che lui contesta quindi, è l’idea che si debba insistere con l’assunzione di una serie di alimenti quasi fossero portatori di un “miglioramento” della salute, di un maggior livello di energia, quando invece sarebbe sufficiente assumere quelli adeguati, per essere al massimo delle proprie forze.
Come a dire che ad una scimmia che si nutre di frutta, perchè rientra nella sua dieta, sarà sufficiente nutrirsi di quella per stare bene. E così, ad un cane sarà sufficiente nutrirsi di ciò che naturalmente è sano per sè.
Ma mentre la scimmia si adegua in maniera naturale (al suo ambiente), un cane che non vivesse allo stato brado, entrerebbe certamente in contatto con tutta una serie di alimenti non consoni al suo organismo. Se spostiamo la faccenda sull’uomo, capiamo che essa diventa la tesi su cosa sia effettivamente adeguato per l’essere umano e cosa no, come ad esempio la discussione che ruota intorno al consumo di carne o meno, quanta consumarne…
Di tutto questo discorso, ciò che comunque mi preme sottolineare è appunto questo concetto di “adeguatezza”, che in questo caso specifico significa che un alimento prima di fare bene a questo o a quello, deve anzitutto essere consono e non dannoso al nostro essere.

Ora vediamo come questo può essere utile per il nostro discorso sulle emozioni.
Per prima cosa però, chiariamo cosa intendiamo con emozioni:
le emozioni non sono semplicemente qualcosa che sta nel cervello o nella mente.
Le emozioni riguardano primariamente “il nostro rapporto con la vita”, con la nostra esistenza.
Quando diciamo che siamo felici piuttosto che tristi, non è che ci sentiamo così nel nostro cervello, ma siamo tristi o felici nei riguardi di qualcosa che ci sta accadendo, ci è accaduto o pensiamo possa accaderci.
Non è il nostro cervello che sta giù o la nostra mente, ma siamo noi.
Tant’è che più di parlare di emozioni come se fossero degli oggetti, dovremo parlare dell’emozionarsi, cioè delle “nostre” emozioni, in quanto l’emozionarsi è sempre riferito al vivente: “io” mi emoziono, “tu” ti emozioni, “egli” si emoziona, etc.

Cosa ci dice questo?

Innanzitutto come per il discorso sul cibo, il nostro emozionarci prima che positivo o negativo è anzitutto adeguato.
Se sono triste perchè ho rotto con la mia compagna con la quale vivevo una storia importante, quella tristezza non può certo definirsi un’emozione negativa. Infatti se fosse così, cioè se è così che la interpretassi, potrei credere che sia necessario cercare in tutti i modi di convertirla in un’emozione positiva. E ciò significherebbe non accettare il fatto che quella storia per me è ancora, adesso, qualcosa di importante, che fa parte della mia storia di vita, che racconta chi sono, del nostro tempo passato assieme, etc.. etc..etc..
Per cui, innanzitutto, i nostri stati d’animo ci informano su come ci sentiamo nel nostro vivere quotidiano. Come una bussola ci orientano continuamente e ci consentono di penetrare il velo della realtà e di scoprire il mondo: senza le nostre emozioni infatti, il mondo sarebbe un luogo senza spazio e senza tempo.
Ed è per questo che le nostre emozioni non sono semplicemente delle parole utili a nominare un oggetto, come la parola pietra con cui indichiamo l’oggetto pietra. Nè sono stati che prova il nostro cervello. Sono molto di più.
Sono il modo in cui “ci sentiamo”, “ci avvertiamo”, ci posizioniamo nel mondo:
se sono triste il mondo sarà in un certo modo: ad esempio sarà ostile o magari superficiale o forse senza scopo. Quando sono di fretta, il mondo è lento. Se sono felice per una promozione, il mondo è più leggero.
Non è che mi appare in un certo modo, ma lo diventa proprio. 
Se sono innamorato, tutto diventa più luminoso.
Ecco cosa sono le emozioni: un modo di sentirsi e di sentire il mondo e gli altri.
E quando dico sentirsi, intendo proprio come ci avvertiamo, nello spazio (quello che ci circonda), nel tempo (la nostra storia di vita) ed anche nella nostra carne, nel corpo.
Per cui ritornando alla nostra domanda su quali emozioni siano positive, rispondiamo che le nostre emozioni sono anzitutto adeguate, ossia si adeguano a noi, alla nostra vita, alla nostra storia, a chi siamo:
L’ansia che provo prima di un esame mi pone in uno stato di maggiore contatto con me stesso e quindi di concentrazione. Il mio timore di lasciarmi andare ad un sentimento mi indica l’importanza che esso assume per me. La gelosia che nutro per la mia compagna (gelosia, non possessività) manifesta anche l’amore nei suoi riguardi. La tristezza che provo per la perdita di una persona cara mi consente di abbracciarla nel ricordo.
Se pensiamo alle emozioni alla stregua di stati del cervello positivi o negativi, tanto vale bombardarci al mattino con un bel “pensa positivo” e il gioco è fatto: una sorta di dieta mentale. Ma servirebbe?
A voi la risposta!

Le emozioni non sono pensieri che possono essere convertiti a nostro piacimento. Una persona che soffre per la perdita di una persona cara non ha semplicemente “pensieri negativi” a riguardo, ma si confronta con un mondo che ha assunto nuove sembianze: più arduo, più cupo, meno ospitale…ognuno le “sente” come le sente, perchè non vi è nulla di più proprio delle proprie emozioni.

Eppure, sembrerebbe indubbio che ci siano emozioni che esprimono un sentirsi “bene”, e che quindi definiamo positive, ed altre meno.
Ora che abbiamo chiarito come sono davvero le emozioni, possiamo anche rispondere che certamente ci sono emozioni che aprono il mondo, lo rendono ospitale, luminoso, leggero, ed altre che lo chiudono, lo inaspriscono, 

ad esempio:
la carezza ricevuta dalla persona amata, non giunge a me come una mera sensazione sull’epidermide, ma come un essere accolto che mi consente di riposare.
La stessa carezza dalla persona amata, alla fine della storia, mi trapassa costole e animo.
Le emozioni sono sempre da contestualizzare.

Ora giustamente qualcuno potrebbe osservare:
“ma se le nostre emozioni sono sempre adeguate, allora anche uno stato di depressione come conseguenza della fine di una storia, o anche l’ansia, sono adeguate nel senso che vanno semplicemente accettate?
Il discorso sugli alimenti intorno al quale oggi assistiamo a frequenti dibattiti, su cosa faccia bene e cosa faccia male, ci indica che abbiamo smarrito quella naturalità che ad esempio una scimmia piuttosto che un delfino mantengono nelle loro diete. Con l’industrializzazione sempre maggiore del nostro cibo, per noi a differenza di un animale, sentire cosa ci faccia male, cosa sia adeguato e cosa no, non è semplice, anzi è davvero proibitivo. Oggi si ritiene che lo zucchero faccia malissimo eppure diremo che non vi è nulla “di più dolce”.
Allo stesso modo, per noi non è facile sentire le emozioni che ci appartengono in un determinato momento e spesso quello che sentiamo non è adeguato o inadeguato ma “rivelativo”.
Una mia paziente che diceva di sperimentare ansia per paura della proposta di matrimonio del compagno, scoprì quello che aveva sempre in qualche modo sentito e cioè che il suo timore non era legato all’amore per il compagno ma era piuttosto il timore di non essere una buona madre. L’ansia rivelava e copriva l’emozione autentica. 

Inoltre il nostro emozionarci non è qualcosa come il cibarsi.
Noi non siamo semplicemente Homo sapiens. Siamo creature che si interrogano sul proprio fare, sulla propria esistenza, su cosa sia giusto per il proprio figlio di dieci anni, se accettare o meno quella proposta di lavoro lontano dagli affetti, se sia giusto interrompere una relazione, quale futuro ci aspetta, e così via. Ansie, desideri, scelte, preoccupazioni, dubbi, e il tutto cercando si dare un filo alla nostra storia, di rendere il tutto lineare. E tutto questo lo facciamo tutto il giorno, probabilmente anche nel sonno e non sempre ci riesce di orientarci, di allineare desideri, scelte, bisogni e “doveri”.
Ad esempio, oggi la parola tristezza sembra essere fuori moda: oggi si è al massimo depressi, e non tristi.
Quella che sembra una semplice sostituzione tra sostantivi, racchiude un senso molto più profondo e articolato:
dire che sono depresso anziché triste, in qualche modo mi solleva dal mio stato d’animo, da ciò che sento. E anche in termini di comunicabilità verso l’Altro diventa più semplice: infatti quando dico che sono depresso, anche se l’altro me ne chiedesse il motivo, potrei rispondere di non saperlo, di sentirmi così e basta.
Affermare invece di essere tristi, significa fare i conti con il sentimento che si prova. Se dico di essere triste sono chiamato alla responsabilità di sentire il perchè mi sento in tal modo, o quantomeno di entrare più in contatto con il mio stato d’animo. E anche con l’Altro avrei più difficoltà ad asserire di non conoscerne il motivo.
La tristezza è più personale, la depressione (termine che chiaramente si utilizza in maniera impropria) è spersonalizzante (provate a dire: “sono depresso” e poi “sono triste”, sentite la differenza?)

Ci raccontiamo le cose diversamente, a volte ci depistiamo o semplicemente siamo presi da altro, siamo altrove, e in questo movimento esistenziale ci capita di smarrirci momentaneamente o più a lungo.
Difficile non farlo e non avere bisogno di tanto in tanto di fare chiarezza.
Basti pensare a tutto il tempo che trascorriamo assieme ad altri proprio per riconnetterci con noi stessi.
C’è da dire che oggi questo tempo assume sempre più il senso dell’intrattenimento che della condivisione, e questo conduce necessariamente alla ricerca di uno spazio diverso, di uno spazio proprio dove ritrovarsi.
Ed è così che ci incontriamo allo studio, dove quel senso che era andato momentaneamente smarrito, riconquista il suo posto, il suo significato…e così ci si riappropria serenamente di esso. 

Diego Chiariello

Bibliografia:
Heidegger, Essere e Tempo
Vincenzo Costa, I modi del sentire

Come continuare ad avere sensi di colpa

Non possiamo entrare nella testa degli altri”. Un principio tanto semplice e scontato che proprio per questo passa sott’occhio.
Il non rispettarlo equivale ad alimentare un circolo di sensi di colpa e un presunto senso di inadeguatezza.

Vediamo come!

Quando dico che non si può entrare nella testa degli altri intendo semplicemente rimarcare un aspetto fondamentale che sostanzia il nostro rapporto con l’Altro.
Infatti, per quanto noi possiamo essere convinti di aver colto la verità celata dietro un comportamento, un atteggiamento o un vissuto che riguardi l’Altro, dobbiamo riconoscere che la nostra è una pura e semplice interpretazione, molte volte giusta, ma pur sempre un’ interpretazione.
E’ chiaro poi che il grado di accuratezza delle nostre interpretazioni varierà a seconda del contesto, della conoscenza della persona e di altre variabili in esame.
Ad esempio, se alle 14:00 mi arriva il solito messaggio in cui Antonio mi dice:
“Andiamo?”, non ho bisogno di chiedergli a cosa si riferisce.

Per cui, più il contesto e la persona ci sono familiari, più verosimili saranno le nostre interpretazioni. Quando poi si tratta di abitudini condivise, come prendere il caffè allo stesso orario, anche il semplice “Andiamo?” non necessita di approfondimenti.

Ma cosa succede quando queste informazioni non ci vengono in soccorso?

Abbiamo invitato Claudia che da poco conosciamo a prendere un caffè. Claudia accetta e ci ritroviamo come d’accordo al “Bar Mistero”. Qui cominciamo a conversare. Claudia è molto simpatica e con lei è davvero facile discorrere un pò su tutto. Ci divertiamo, trascorriamo un’oretta assieme davvero piacevole e crediamo che anche per lei sia lo stesso. Decidiamo infatti di risentirci per una cenetta di lì a poco. Quando salutiamo Claudia siamo contenti. Era da tanto che non avvertivamo questa sintonia con una persona.
Nei giorni successivi continuiamo a sentirci e a messaggiarci e le chiediamo quando sarebbe disponibile per quella cenetta. Ma Claudia ci dice che non vorrebbe complicare le cose. E’ contenta di averci conosciuto, ma non vuole che diventi una frequentazione che porti ad altro.
D’accordo, nulla di sconvolgente!
Claudia è una persona interessante ma in fondo non la conosciamo affatto. Magari è semplicemente estroversa e dolce di carattere con tutti, e non per una particolare intesa tra noi.

Ce lo diciamo, ma non ne siamo convinti!

Per cui passiamo in rassegna i momenti significativi. Tutto quello che secondo noi testimonierebbe l’iniziale intesa con Claudia e cosa possa averla irrimediabilmente guastata. Continuiamo così per un pò, ma niente. Proprio non riusciamo a capire cosa le abbia fatto cambiare idea. Cominciamo a pensare che forse abbia frainteso quella nostra frase sulla “troppa emancipazione delle donne”. Oppure che era meglio la invitassimo subito senza aspettare troppo. In fondo, ce lo aveva detto che le piacciono gli uomini decisi. Magari quella felpa con su scritto “Libertà” era equivoca, o forse le battute non erano poi così divertenti.
Insomma, non riusciamo a trovare una spiegazione plausibile. Certo, potremmo chiedere direttamente a Claudia se qualcosa l’abbia infastidita, ma forse nemmeno lei ci saprebbe dire cosa a un certo punto le abbia fatto cambiare idea su di noi.

Per cui, cosa mai possiamo aver detto o fatto per farle cambiare idea?

In questo caso, a differenza dell’esempio di prima, non abbiamo il supporto della conoscenza della persona che ci consenta di fronteggiare i nostri dubbi. Ed inoltre, siamo molto interessati a comprendere cosa sia successo, in quanto ci sentiamo coinvolti. Gli indizi in fondo ci sono: ricordi, sms, tracce da cui recuperare “la verità” dei fatti. Eppure, tutto questo pensare non c’è di alcun aiuto.

Da questo nuovo esempio si evincono due cose:

la prima, è la nostra naturale tendenza investigativa ( chi più, chi meno) a ricostruire gli eventi, specie quelli che non si accordano con le nostre aspettative.
La seconda, la spirale autoriflessiva e di sensi di colpa nella quale si può cadere se non si accetta ad un certo punto il limite invalicabile di non poter sapere cosa passa nella testa degli altri.

Insomma, va bene cercare di capire se con Claudia abbiamo frainteso fin dall’inizio o magari sia successo qualcos’altro, ma attenzione, il pericolo è dietro l’angolo. Se non si tiene presente che le nostre più attente indagini non ci consentiranno mai di avere la certezza di cosa passi veramente nella testa di Claudia, alla fine c’è il pericolo di diventare noi stessi il bersaglio delle nostre stesse ricerche.

Claudia non vuole più uscire?… IO avrò detto o fatto qualcosa che non va!

E più siamo avvezzi al rispecchiamento, maggiormente ci sentiremo gli artefici e i colpevoli dell’universo.

Ma cosa porta ad un certo punto a spostare l’attenzione su di Sè?

Se vi state chiedendo come mai ad un certo punto spostiamo l’attenzione su di Noi, la risposta va cercata nello stesso principio che abbiamo finora formulato.
Cioè, visto che non possiamo entrare nella testa degli altri (pur volendo), gira e rigira la ricerca si andrà a spostare su ciò che invece possiamo conoscere, ossia noi stessi, i nostri comportamenti, cosa abbiamo detto o non detto, fatto o non fatto…
E quanto più siamo portati a seguire questo procedimento, tanto più esso sfuggirà alla nostra consapevolezza.

Per cui, se nelle tante situazioni che ci interpellano siamo soliti leggervi una nostra responsabilità diretta, attenzione, c’è il forte rischio a personalizzare le relazioni con relativi sensi di colpa e senso di inadeguatezza.

In definitiva

Per tutti i maestri del giallo, esperti R.I.S. e casi irrisolti, si dia pure libero sfogo alla propria creatività, ma non dimentichiamo mai che le nostre sono soltanto ipotesi e libere interpretazioni.
Soprattutto, accettiamo ad indagini concluse di non pervenire per forza ad una verità.
Impariamo ad accogliere il dubbio, il limite di non comprendere cosa passa nella testa di una persona, perchè il rischio alla fine è che tutto ci si rivolti contro.

Inoltre, quando parlo di ricostruzione, non dobbiamo immaginare qualcosa che duri settimane. A volte il tutto avviene in pochi secondi ma il processo è esattamente lo stesso:
non so perchè sia successo questo, certamente dipende da me.

Per cui, nelle situazioni ambigue che non ci consentono di stabilire con esattezza il significato delle cose, concediamoci pure la libertà della messa in discussione, ma teniamo presente questo utile mantra: Non possiamo entrare nella testa degli altri!

Per quanto sia più che naturale cercare di comprendere quello che resta enigmatico, specie se ci procura una quota di sofferenza, dobbiamo accettare che l’Altro è portatore di un mistero al quale molte volte non ci è possibile accedere.

In questo modo, taglieremo sul nascere la produzione di Film destinati rapidamente a vederci protagonisti di svariati sensi di colpa e vissuti di inadeguatezza.

Pregiudizi, stereotipi e discriminazione

Pregiudizi, stereotipi e discriminazioni, cosa sono? Quando hanno luogo? E soprattutto, quanto ci condizionano nella vita di tutti i giorni? Ne sapevano bene gli antichi filosofi, come Socrate e Aristotele. Vediamo gli spunti che questi filosofi possono offrirci rispetto a temi psicologici

Sono concetti psicologici ormai entrati a far parte del linguaggio comune, ma non sempre è chiara la differenza tra di essi e soprattutto come si formano. Lo vedremo non solo dalla prospettiva della psicologia, una visuale per me congeniale, ma anche attraverso l’eredità di Socrate e Aristotele, pensatori che non smettono mai di insegnarci.

Come molti, anche io credo di avere sempre più o meno presenti le ragioni che mi portano ad optare per una determinata scelta, ma ad un esame più attento, mi accorgo che dire le “mie ragioni” travisa la realtà dei fatti. Certo sono io a prendere la decisione e sono io che scelgo di condividere certi ragionamenti piuttosto che altri, ma effettivamente, quanto c’è di “mio”?, e soprattutto, cosa ha determinato il mio propendere in una direzione anzichè in un’altra. Avviene sempre dopo un’attenta valutazione dei fatti? Dei vantaggi e degli svantaggi di ciascuna possibilità,  o sono altri gli elementi che pesano e guidano il mio giudizio? 

Gli psicologi hanno visto ormai da tempo che molte delle nostre scelte, più che basarsi su un’attenta valutazione dei fatti, sono frutto di quel meccanismo di semplificazione che va sotto il nome di pregiudizio.
Un meccanismo a volte molto utile (per quanto il termine abbia assunto la sola accezione negativa), soprattutto in un’epoca come la nostra, purchè non si finisca per esserne vittime inconsapevoli.

Pre-giudizio significa letteralmente “giudizio a priori”, e quando parliamo di pregiudizio in psicologia ci riferiamo agli atteggiamenti: i pregiudizi, quindi, sono atteggiamenti basati su una forte componente emotiva.

Cosa significa questo? 

Per rispondere a questa domanda dobbiamo anzitutto capire cos’è un atteggiamento.

N.B. Quindi, prima di capire cosa sono i pregiudizi dobbiamo vedere il significato degli atteggiamenti.

Atteggiamenti

Gli atteggiamenti sono giudizi (ossia decisioni, valutazioni, categorizzazioni etc.) permanenti, e sono -positivi o negativi- riguardo a persone, fatti o idee.

Cosa vuol dire giudizi permanenti?

Gli atteggiamenti si dicono permanenti nel senso che resistono nel tempo. Una sensazione passeggera di fastidio verso una frase detta da qualcuno, non costituisce un atteggiamento, a differenza invece di un’impressione negativa e permanente a suo riguardo (ad esempio, Marco ogni volta che apre la bocca è insopportabile, rispecchia un atteggiamento negativo, inteso come giudizio permanente, nei confronti di Marco).

Ai fini del nostro discorso è essenziale sapere che gli atteggiamenti sono costituiti da tre diverse componenti o parti, in particolare essi comprendono:

  • una componente emotiva, che consiste nelle nostre risposte emotive rispetto all’oggetto dell’atteggiamento (Andrea mi è antipatico)
  • una componente cognitiva, fatta da ciò che pensiamo o crediamo a suo riguardo (Andrea non capisce di calcio;)
  • una componente comportamentale, che consiste nelle nostre azioni o nel comportamento osservabile nei confronti dell’oggetto dell’atteggiamento (con Andrea non ci parlo più).

N.B. Quindi, gli atteggiamenti sono giudizi permanenti, cioè resistenti nel tempo, e sono formati da tre parti: una emotiva, una cognitiva, e una parte comportamentale.

Perchè allora questo discorso sull’atteggiamento e sulle tre parti che lo compongono, se poi sono sempre presenti tutte assieme?

Il fatto è che non tutti gli atteggiamenti hanno origine allo stesso modo. Sebbene tutti includano componenti emotive, cognitive e comportamentali, ciascun atteggiamento può essere basato su una componente in misura maggiore rispetto alle altre.

Ad esempio, se con Andrea non ci parlo più perchè mi è antipatico, vuol dire che è la componente emotiva ad avere un peso maggiore sul mio atteggiamento verso Andrea. Se invece con Andrea non parlo di calcio perchè a mio avviso è troppo inesperto sarà la componente cognitiva a guidare il mio comportamento e il mio giudizio.

Come può esserci utile questo?

In molte circostanze della vita, è bene tenere presente quanto peso abbia ciascuna componente su un certo giudizio, in quanto l’una (la componente emotiva) potrebbe influenzare l’altra (la componente cognitiva) senza che la persona ne sia completamente consapevole o ne stimi la portata.

Lo sa bene chi fa pubblicità, quanto è importante associare certi vissuti emotivi all’immagine del proprio prodotto, visto che più della componente razionale è l’aspetto emotivo che guida la scelta dei consumatori. Ad esempio, una compagnia telefonica che come réclame mostra dei giovani che si divertono ad una mega festa, non è tanto interessata a far risaltare le caratteristiche di convenienza della propria offerta, quanto piuttosto all’effetto emotivo da suscitare e far associare al possibile uso del proprio prodotto.

Cosa potrà mai c’entrare un’offerta telefonica con le feste e la libertà?

In questi casi si dice che il nostro atteggiamento è a base emotiva, in quanto è soprattutto la componente emotiva che ispira il nostro giudizio.

Un’atteggiamento a base emotiva non implica necessariamente un giudizio distorto o svantaggioso. Il punto infatti non è quello di essere nei nostri giudizi sempre razionali piuttosto che emotivi ma è tener presente il peso di ciascuna componente, così da essere più consapevoli dei fattori che entrano in gioco nei nostri atteggiamenti ed eventuali comportamenti.

Se dobbiamo valutare i pro e i contro di un’offerta telefonica, sarebbe preferibile valutare i prezzi di ciascuna compagnia o utilizzare altri criteri di differenziazione, piuttosto che l’immagine che la compagnia richiama. Potrebbe sembrare talmente ragionevole da essere scontato ma non è così, basta vedere le reclamè che circolano e soprattutto constatare il nostro comportamento di consumatori.
Quando preferiamo Apple ad Samsung, il nostro giudizio è soprattutto a base emotiva o cognitiva?
Le pubblicità puntano soprattutto nel suscitare un atteggiamento emotivo e non cognitivo, così da fidelizzare i consumatori. E’ chiaro che anche informazioni razionali potrebbero veicolare la nostra scelta, ma la componente emotiva molto spesso assume un peso preponderante.

Gli atteggiamenti a base emotiva condividono alcune caratteristiche:

  • non derivano da un esame razionale della questione
  • non sono retti dalla logica
  • spesso sono legati ai valori delle persone sicché tentare di modificarli implica la minaccia dei valori stessi.

N.B Quindi, gli atteggiamenti, ossia i nostri giudizi permanenti sulle persone, fatti, o idee, sono costituiti da tre componenti (emotiva, cognitiva, comportamentale), quando la parte emotiva supera quella cognitiva, sono definiti atteggiamenti a base emotiva.

Pregiudizi

Ora che abbiamo chiarito cosa sono gli atteggiamenti e da quali parti sono formate, possiamo meglio comprendere cosa sono i pregiudizi.
Nel nostro esempio precedente  (“Andrea mi è antipatico”), ipotizziamo che Andrea ci sia antipatico non tanto per il suo essere Andrea, bensì soltanto perchè laziale. In questo caso, non si tratterebbe solo di un giudizio emotivo, ossia il considerare emotivamente antipatico Andrea, ma di un pre-giudizio, in quanto l’atteggiamento nei confronti di Andrea dipenderebbe non tanto da una sensazione di antipatia legata alla sua conoscenza, ma unicamente dal suo appartenere ad un gruppo, dal suo essere laziale. Quindi, la caratteristica che mi fa considerare Andrea antipatico, deriva dal pre-giudizio (negativo) nei confronti della categoria “laziali” e non verso Andrea in quanto Andrea.

Come abbiamo detto i pregiudizi possono essere sia positivi che negativi; ad esempio Andrea potrebbe risultarmi simpatico se fosse romanista.
Come è facile intuire, il pregiudizio è un elemento importante della formazione e dello spirito di gruppo.
In questo caso, i laziali potrebbero risultarmi più simpatici, leali, o altro per il solo fatto di appartenere alla mia stessa squadra di calcio, e di contro provare un atteggiamento negativo verso i non appartenenti al mio stesso gruppo (soprattutto verso gli oppositori, in questo caso i tifosi della Roma).
E’ chiaro che dal calcio possiamo spostarci ad altri gruppi, ad esempio quelli politici, etnici e così via.

N.B. Quindi, il pregiudizio è un atteggiamento a forte componente emotiva e non semplicemente a base emotiva, e consiste in un giudizio preformato sulle persone, idee o fatti. E’ resistente al cambiamento, in quanto si fonda su vissuti emotivi che non sono facilmente modificabili da informazioni cognitive.

E gli stereotipi?

Gli stereotipi sono generalizzazioni condotte su gruppi di persone, in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo, senza tenere conto delle diverse variazioni fra i membri (tutti i laziali sono meschini, i napoletani vogliono sempre fregarti, le donne al volante sono pericolose, la maggior parte dei neri rubano). Una volta formati, gli stereotipi sono resistenti al cambiamento, anche quando sopraggiungono nuove informazioni.

E’ importante sottolineare che come per gli atteggiamenti, la stereotipizzazione non conduce necessariamente a commettere abusi intenzionali.

Allport descrisse la stereotipizzazione come la “legge del minimo sforzo”.

Secondo questo autore, il mondo è troppo complesso perchè noi possiamo permetterci di conservare un atteggiamento differenziato rispetto ad ogni cosa; la conseguenza è che massimizziamo la nostra energia cognitiva al fine di sviluppare degli atteggiamenti accurati solo versi alcuni argomenti, mentre semplifichiamo le credenze nei confronti degli altri. Ad esempio, se un individuo rientrando in casa trovasse delle persone che rovistano tra le sue cose, non starebbe certo a chiedersi se quegli uomini sono lì per rubare o fare altro.

Lo stereotipo può essere un modo duttile ed economico per affrontare gli eventi complessi nella misura in cui si basa sull’esperienza ed è accurato. Se però ci nasconde le differenze individuali all’interno di una classe di persone, lo stereotipo diventa uno strumento scarsamente duttile e potenzialmente dannoso e offensivo.

Discriminazione

Quando poi le credenze stereotipate si combinano con una reazione emotiva negativa, si traducono in un comportamento scorretto o addirittura violento: in altre parole, la discriminazione, definita come un’azione ingiustificata negativa o dannosa nei confronti di un gruppo, semplicemente per l’appartenenza a quel determinato gruppo.

N.B. Quindi, nell’esempio di Andrea, il fatto che una persona consideri i laziali tutti uguali (stereotipo) assieme al giudizio negativo che nutre nei loro confronti in quanto laziali (pregiudizio) lo porterà a non parlare con Andrea (discriminazione).

Sappiamo bene fin dove si possono spingere i comportamenti discriminatori e non solo nel calcio.

Socrate, Aristotele e i sofisti

Cosa c’entrano con tutto questo?

Facciamo un passo indietro e vediamo cosa Socrate può aggiungere al nostro discorso. Dobbiamo immergerci in un tempo passato lontanissimo, all’incirca nel 470 A.C. anno in cui è fatta risalire la sua nascita.

Chi fosse Socrate lo sappiamo tutti, è stato uno dei più celebri filosofi dell’antichità, il quale riteneva che per arrivare alla verità l’individuo dovesse guardarsi dentro (“Conosci te stesso”) e partire da una considerazione quasi paradossale: “il vero saggio è colui che sa di non sapere”. Per Socrate infatti ciascuno di noi preso singolarmente non può assurgere alla verità perchè l’ignora, però nel confronto con l’altro, in un atteggiamento di autentica ricerca, vi può pervenire.

Per Socrate quindi il dialogo era il mezzo che consentiva di raggiungere la verità delle cose e sulle cose.

Ai tempi di Socrate però era un’altra la filosofia imperante. Il Sofismo.

Il Sofismo nasce come spostamento di interesse di ricerca, dalla natura sull’uomo.

Cosa significa?

Il Sofismo

Anche a quei tempi le domande che l’uomo si poneva riguardavano la sua origine: da dove veniamo? com’è fatto l’universo? perchè esistiamo?. Domande che inizialmente trovavano nei diversi miti greci le risposte a questi grandi enigmi (per chi volesse conoscerli meglio consiglio la visione di: “Pollon combina guai”).

L’originalità della filosofia greca consiste proprio nel riprendere questi grandi enigmi di sempre, avanzati dalla tradizione mitica, per risolverli con criteri razionali. Quindi la filosofia nasce come esigenze di dare risposte ai grandi interrogativi, non più soltanto attraverso il mito, bensì anche attraverso la ragione (il logos).

Così cominciano a sorgere diverse teorie sull’origine dell’universo e del mondo. Per qualcuno il tutto origina dall’acqua, per qualcun’altro dall’aria, per altri ancora dal fuoco. E proprio perchè per questi primi filosofi l’origine del tutto era da ricercare in un principio naturale (arkè) questa corrente viene definita: Naturalismo.

Il Sofismo nasce appunto come spostamento di interesse, da questa ricerca di un principio originale presente nella natura, sull’uomo. Secondo i Sofisti in pratica da un lato era impossibile stabilire quale principio (tra l’acqua o l’aria o il fuoco o la terra etc.) fosse l’unico vero, dall’altro più che dalla stabilità di un principio, la natura si contraddistinguerebbe per la sua contraddittorietà, e per questo, tanto valeva dedicarsi all’uomo. “L’uomo è il metro di tutte le cose” (Protagora), cioè è l’uomo che di volta in volta può stabilire la verità delle cose.

Questo spostamento di interesse dalla natura all’uomo non era però scevro da pericoli. Infatti per gli antichi, l’esistenza di una verità certa e incondizionata, come poteva essere un unico principio da cui far discendere il tutto, voleva dire anche avere una solida dottrina morale: il comportamento umano dovrebbe infatti adeguarsi a questa verità che, in quanto universale, garantirebbe il bene di tutti gli uomini. Se invece fossimo convinti che la verità è intrinsecamente contraddittoria, allora non esisterebbe più un criterio certo di comportamento e si correrebbe il rischio dell’anarchia sociale, del prevalere di comportamenti individualistici, in quanto non esisterebbero più dei valori su cui fondare la convivenza civile.

Come fare dunque? Dove trovare i nuovi valori?

E’ nell’ambito della discussione, l’attività umana per eccellenza in cui i diversi ragionamenti si scontrano, che si nasconde la possibilità di fondare dei criteri morali, quei criteri su cui fondare il vivere comune. Gli uomini discutendo, possono infatti convincersi delle rispettive ragioni. Ma questo consenso che tende al bene della comunità, lo si può raggiungere solo attraverso una particolare attività, la politica:

il filosofo vede nell’attività politica la possibilità di salvezza per l’intera umanità.

Il sofista, conscio dei pericoli che corre l’umanità per l’incertezza delle conoscenze e consapevole che la salvezza dell’umanità si realizza solo attraverso l’attività politica, intende educare la gioventù ateniese all’arte politica. Il sofista ha dunque una grande responsabilità sociale e proprio per questo si faceva pagare molto per le sua attività d’insegnante: deve infatti educare i futuri uomini politici.

L’educazione sofistica consisteva essenzialmente nell’arte della retorica, ossia nel ben parlare e nel ben sostenere le proprie opinioni presso i tribunali o, comunque, nei contesti pubblici. I giovani, dovevano essere abili nell’arte della persuasione così che una volta divenuti politici, avrebbero potuto spingere le masse sulla strada della convivenza pacifica, verso i comportamenti più utili della comunità. Questa posizione sofistica è di un filoso in particolare: Protagora. 
Per  Gorgia, invece, l’altro grande sofista, la persuasione è possibile solo con l’inganno. Gorgia ritiene che il meccanismo alla base del consenso, cioè la ragione per cui il nostro interlocutore sarà portato a condividere le osservazioni che gli proporremo, deriva da un lavoro che noi abbiamo realizzato sulla sua psiche, e che lo porta ad autoconvincersi della verità di quanto gli diciamo. In altre parole, l’interlocutore non crede al nostro discorso perché razionalmente convinto, ma vuole credere a quanto gli diciamo perché sedotto emotivamente dalle nostre parole.
Mentre secondo Protagora attraverso la persuasione chiunque avrebbe accolto l’utile sociale, per Gorgia, invece, la persuasione che permette di far cambiare all’altro la propria opinione, non era legata all’evidenza del bene comune, quanto piuttosto alla bravura nel persuadere ed eventualmente ingannare l’interlocutore. Anche per Gorgia comunque, la persuasione come arte dell’inganno era buona cosa solo se permetteva di far dirigere le masse verso il bene comune. Cioè quando la massa “ignorava” ciò che era meglio per tutti, perchè attratta da fini egoistici, allora l’inganno era necessario e utile (Per Gorgia il politico era come un genitore che racconta bugie a fin di bene).
 
Ma cosa succede se l’arte della persuasione è utilizzata a fini egoistici?
 
Se Protagora e Gorgia tendevano entrambi attraverso la retorica e al suo insegnamento al benessere della comunità, è nei loro discepoli che si assiste ad un cambiamento. La sofistica, piuttosto che svilupparsi progressivamente secondo la direzione etica difesa dai suoi fondatori, degenera. Infatti, d’ora in avanti la sofistica corrisponderà ad una tecnica agonistica che ha come presupposto quello di confutare l’avversario e perseguire l’utile individualistico.
Ed è in questo frangente storico che si inserisce la figura di Socrate.
 

Socrate

Socrate condivide così con la sofistica il primato della parola e del linguaggio e la centralità del confronto dialettico fra parlanti.

Le differenze fra Socrate e i sofisti

Dov’è però la sostanziale differenza fra Socrate e i sofisti è nel modo di concepire il dialogo. Se per i secondi sofisti si designava come una tecnica agonistica, per Socrate invece, rappresentava una collaborazione reciproca di individui ciascuno dei quali ha interesse a cogliere la verità.

Socrate elabora allora delle tecniche con cui condurre il dialogo, in grado di indirizzarlo nella giusta direzione morale:

-l’ironia e la confutazione: attraverso l’ironia, Socrate finge di credere alla falsa sapienza del suo interlocutore, e lo adula, gli fa dei complimenti, ammira la sua sapienza. Poi però, attraverso la confutazione, ne dimostra l’ignoranza e ne distrugge tutte le sicurezze.

-la maieutica, ovvero una tecnica in grado di far scaturire, attraverso la discussione, la verità presente in ognuno di noi.

Per Socrate l’uomo è in possesso di un intelletto (facoltà razionale) che gli permette di avvertire, nei vari ragionamenti, una maggiore o minore vicinanza alla verità. Socrate si dimostra totalmente fiducioso nei valori logici del discorso, in grado di confutare le fumose asserzioni dei sofisti e di rivelare la natura specifica dell’intelletto umano.
Ad esempio, in un dibattito tra due scienziati tesi a dimostrare le loro teorie, Socrate, probabilmente, ci consiglierebbe di mettere tra parantesi nei discorsi dei due scienziati, quelle espressioni cariche di elementi persuasivi, tese a coinvolgerci emotivamente, a sedurci, piuttosto che a convincerci razionalmente.
Ricordate il discorso sugli atteggiamenti a base emotiva?
Se il nostro atteggiamento verso le affermazioni dello scienziato sarà a carattere esclusivamente emotivo, saremo inconsapevolmente portati a giudicare la forza persuasiva del discorso, non tanto sulla base di elementi razionali, plausibili ragioni, quanto piuttosto a partire dai vissuti emotivi suscitati (Mi piace come parla, mi ispira fiducia)
Stesso discorso della pubblicità!
Qualcuno potrebbe chiedersi come fare allora a seguire gli elementi razionali del discorso di uno scienziato se non si conosce l’argomento.
Socrate direbbe, guardate ai fatti!
E se non è possibile valutare i fatti in quanto persone incompetenti, allora bisogna valutare i fatti di coloro a cui abbiamo affidato e demandato il compito di giudicare.
Ad esempio, se il discorso lo riportiamo alla politica, è facile lasciarsi catturare dai vari slogan come: “ci vogliono le ruspe”, “facciamo il vaffa day” “rottamiamo”.
Inoltre è bene tenere presente ancora un ultimo aspetto.
 

Aristotele

 Anche Aristotele rappresenta uno dei più celebri filosofi della storia. L’ immensa eredità Aristotelica comprende anche un trattato sullo studio della retorica, che come abbiamo già detto, riguarda l’arte del saper parlare e del saper persuadere. Per Aristotele, nella retorica, tra i vari elementi, svolgono un ruolo fondamentale sia l’atteggiamento del retore (ethos), sia la disposizione d’animo di chi ascolta (pathos).
Il buon retore deve saper sfruttare le emozioni del pubblico a proprio vantaggio, riuscendo a suscitare quelle più adatte ai suoi scopi. Per questo motivo, Aristotele dedica larga parte del Libro a studiare le varie emozioni, dandone una definizione e analizzando le circostanze e le persone con cui si è solito provarle. Nell’ordine, il filosofo parla di: collera, mitezza, amicizia e inimicizia (amore e odio), timore, vergogna, gentilezza e sgarbatezza, pietà, sdegno, invidia, emulazione.
Non è possibile dilungarci su quest’opera (anche perchè mi occupo di psicologia) ciò che comunque ci importa sottolineare sono tre aspetti:
  • già nell’antichità si era ben consapevoli che ai fini della persuasione del proprio uditorio si dimostrava essenziale adattare gli argomenti ai sentimenti del pubblico,
  • le emozioni alterano le opinioni degli uomini, e sono in grado di modificare i giudizi,
  • è impossibile ascoltare, giudicare, scegliere, vivere, in maniera neutra, cioè privi di emozioni; il ragionamento è qualcosa che la persona deve imporsi, le emozioni nascono in maniera automatica e guidano i nostri giudizi.

Per cui, nell’esempio del politico, è inevitabile che a guidarci nel nostro giudizio sarà anche il nostro atteggiamento emotivo (Come parla, mi ispira fiducia). Inoltre, nell’esempio del dibattito, più siamo esperti e interessati all’argomento, più la nostra attenzione potrà sintonizzarsi sugli elementi razionali del confronto; meno siamo esperti della materia e quindi meno informazioni si hanno per giudicare, più l’attenzione sarà catturata da espressioni a carattere emotivo. Infine, nel caso in cui sia presente un pre-giudizio, si tenderà ad enfatizzare le informazioni confermanti e a minimizzare quelle contrarie al nostro giudizio aprioristico.

 

Ricapitolando

Gli atteggiamenti ossia i giudizi permanenti verso persone, fatti o idee, si basano sempre su una valutazione di tipo emotivo, cognitivo e comportamentale. Quando l’atteggiamento si basa su un maggior peso della componente emotiva, parliamo di atteggiamento a base emotiva, quando invece è la componente cognitiva ad essere predominante il nostro atteggiamento è di natura cognitiva. 

Parliamo invece di pregiudizi quando la componente emotiva prende il completo sopravvento su quella cognitiva, e il giudizio di un individuo su un’altra persona, oggetto, idea, è dato a priori e prescinde da ogni altro fattore (Andrea mi è antipatico perchè è laziale).

Gli stereotipi sono generalizzazioni in cui le caratteristiche identiche sono attribuite ai membri di un gruppo. Negli stereotipi si amplificano le somiglianze e si restringono le differenze, per cui sono tutti molto simili a partire dall’elemento gruppo. Mentre il pregiudizio rappresenta la forte componente emotiva dell’atteggiamento, lo stereotipo riguarda la componente cognitiva. Gli stereotipi non sono sempre negativi, ma lo diventano se applicati in maniera violenta o discriminante ai gruppi di persone, etnie. Ad esempio il razzismo è una forma di discriminazione che si basa su uno stereotipo e si accompagna ad un pregiudizio negativo. Una forma di razzismo moderno è quello cosiddetto strisciante, in cui il pregiudizio si manifesta in maniera velata ( Ad esempio dire di una persona di colore, che è abbronzata, è una forma di razzismo strisciante).

La discriminazione è mettere in atto un comportamento discriminatorio rispetto ad uno stereotipo e ad un pregiudizio. Non ti faccio guidare (discriminazione) perchè voi donne (stereotipo) al volante siete pericolose (pregiudizio).

Abbiamo visto che già Socrate ci metteva in guardia dal nostro modo di giudicare le cose, spesso troppo denso di contenuti emotivi e poco attento ai fatti. Nei vari confronti che ebbe, per evitare che il pubblico si facesse catturare dalle acrobazie retoriche dei sofisti, Socrate preferiva si utilizzasse “il dialogo breve” (ciascuno parlava per poco tempo) e non quello lungo, proprio per evitare che l’uditorio cominciasse a seguire di pancia e non più di testa le diverse argomentazioni. Come abbiamo detto, a Socrate non interessava vincere” il duello”, ma pervenire assieme al suo interlocutore alla verità delle cose. Per cui scelto un argomento, Socrate dialogava con il suo interlocutore ed ognuno esprimeva il proprio punto di vista, ma non col fine di confutare e basta l’avversario, quanto piuttosto di ragionarvi assieme in un clima di collaborazione.

Abbiamo anche visto assieme ad Aristotele che l’uomo non è una macchina, ed è predisposto a seguire l’oratore sopratutto in un atteggiamento emotivo. Per cui quanto  più la fonte (l’oratore, il politico, l’amico) ci risulta attendibile, maggiore sarà il nostro grado di attenzione per quelle espressioni a carattere emotivo, fino alla possibile formazione di un pregiudizio-positivo o negativo-il quale una volta costituitosi ci farà”ragionare” e seguire un dibattito, alla stregua di un ultras (che va bene per lo sport ma non per queste faccende).

A proposito di politica e di referendum. Durante il processo che lo vedeva imputato, Socrate, che rischiava la condanna a morte (la quale poi avvenne), non solo rifiutò la difesa da parte del più bravo avvocato sofista di Atene, ma quando gli fu chiesto di tenere un discorso a suo favore che avrebbe potuto salvarlo dalla condanna, preferì tenere “un breve discorso” ironico sulla disonestà dei giudici, piuttosto che lasciarsi andare a lunghi e seduttivi sofismi…

ma questa, è un’altra storia…

a cura di Diego Chiariello

 

Bibliografia:

Fondamenti teorici di psicologia sociale

Sitografia

http://www.carosotti.it/scritti-sulla-filosofia/socrate-e-la-sofistica

Wikipedia: Aristotele, La retorica

Caldo e ansia!

L’estate è arrivata, le giornate cominciano ad essere più calde e questo nell’immaginario di tanti significa sole, relax e maggiore possibilità di stare all’aperto. D’altra parte per molti questo periodo dell’anno coincide con l’inizio o l’acuirsi (intensificarsi) di diversi sintomi d’ansia e per questo si configura come un periodo non propriamente sereno. Così, chi solitamente durante il periodo invernale presenta delle sporadiche manifestazioni di ansia, col primo caldo avverte un’esacerbarsi (aumento) del proprio malessere.

Infatti, durante questo periodo, il maggior numero di chiamate che ricevo come psicologo sono inerenti a problematiche di tipo ansioso.

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Perché d’estate si prova ansia?

Innanzitutto, mentre per qualcuno l’estate rappresenta il periodo florido (fiorente) dell’ansia, qualcun’altro scopre proprio durante questo periodo un rinnovato senso di benessere.

La verità su Babbo Natale: quando raccontarla ai bambini?

Psicologo-pagani.it99 La verità su Babbo Natale:  quando raccontarla ai bambini?

Vi ricordate quando avete smesso di credere a Babbo Natale?

Se siete cresciuti in una cultura occidentale, questo personaggio fantastico probabilmente ha giocato un ruolo nella vostra infanzia. Un ruolo fondamentale? Scommetto che la maggior parte di noi direbbe sì.

Nonostante ciò, alcuni genitori sono preoccupati per il fatto di “imbrogliare” i propri figli circa l’esistenza di Babbo Natale. Dopotutto, si tratta di una bugia. Probabilmente, quando i bambini scopriranno la verità, sentiranno che i loro genitori li hanno traditi…

Inoltre, alcuni genitori sono interessati a far sviluppare ai loro figli un pensiero critico e razionale.

… In una sola notte all’anno, un uomo con la barba bianca e con delle renne che sanno volare consegna milioni di regali a tutti i bambini del mondo…

Chiedere ai bambini di credere a questa storia potrebbe sembrare un invito a essere creduloni e illogici.

 

Per questi motivi, è interessante prendere in esame i risultati mostrati dalle ricerche psicologiche sull’argomento che, globalmente, sono piuttosto rassicuranti (…)

 

Innanzitutto è importante sapere che i bambini devono ancora attraversare diverse fasi di sviluppo cognitivo.

Fino circa ai 6 anni, il loro modo di vedere la realtà è caratterizzato dal “pensiero magico” (Piaget): ciò che per noi adulti può essere assurdo (come il credere ad un vecchietto con una slitta volante che recapita a tempi record regali a tutti i bambini del pianeta) è per loro coerente e accettabile, e non va ad intaccare la loro capacità di giudizio per il semplice fatto che sono in una fase in cui il pensiero razionale non è ancora completamente sviluppato.

Inoltre, una recente serie di esperimenti condotti ad Harvard ha mostrato che i bambini sono in grado di distinguere tra personaggi fantastici derivati da credenze culturali e altre entità non visibili ma scientificamente comprovate (Harris et al 2006). Insomma, i bambini che dicono di credere in Babbo Natale sono comunque meno certi della sua esistenza rispetto all’esistenza dell’ossigeno e dei germi.

Globalmente questi studi ci fanno concludere che supportare con i nostri figli l’esistenza di Babbo Natale non contribuisca a renderli illogici e creduloni.

Che cosa succede, poi, quando i bambini scoprono che Babbo Natale esiste solo nella loro fantasia?

Le ricerche in merito mostrano che raramente i bambini appaiono con il cuore spezzato, mentre paradossalmente sono i genitori a sentirsi malinconici.

Quando i ricercatori sono andati a intervistare i bambini che avevano smesso di credere a Babbo Natale (la maggior parte attorno ai 6-7 anni), questi hanno riportato una situazione di globale tranquillità.

Molti di loro avevano già intuito qualcosa da qualche tempo, e ne avevano semplicemente avuto la certezza. Era il genitore, non il figlio, che riportava tristezza (Anderson and Prentice, 1994; Cyr, 2002).

E cosa dire della bugia?

Secondo gli studi scientifici, solo una percentuale bassissima di bambini sono rimasti un poco infastiditi dal fatto che i genitori avessero loro raccontato una frottola. Nel suo studio, Condry ha intervistato centinaia di bambini e nessuno di loro riportava rabbia nei confronti dei genitori dopo aver scoperto la verità circa Babbo Natale (Condry, 1987).

Tale reazione può essere ricondotta al fatto che i bambini riescono a realizzare che questa menzogna fa parte della categoria delle bugie bianche. Infatti, la letteratura scientifica suggerisce che già all’età di 3 anni i bambini capiscono la differenza tra le “bugie buone” e le “bugie cattive”. In alcuni lavori, sono stati presentati a bambini in età prescolare degli schizzi mal disegnati ed è stato chiesto loro di dare un giudizio. Quando l’artista era presente, i bimbi riferivano giudizi migliori. In altri studi, i bambini facevano finta di essere felici quando ricevevano regali che non gradivano. Raccontavano bugie bianche per evitare di far soffrire l’altro sfoderando un sorriso smagliante (Xu et al., 2010).

In definitiva, i genitori possono stare tranquilli sul fatto che i bambini perdonino loro di aver raccontato una frottola così buona e conveniente come Babbo Natale che porta i regali.

Inoltre i bambini continuano ad essere felici all’idea di ricevere la mattina di Natale i regali sotto l’albero, anche se non credono più in Babbo Natale perché ormai sono cresciuti (Cyr 2002).

Vai alla fonte in lingua originale

Traduzione a cura di Luca Mazzucchelli

 

8 Movimenti delle Mani che Rivelano la Menzogna

Viviamo le nostre emozioni con la mente e con il corpo ma mentre l’una può essere nascosta agli altri nei suoi contenuti, il corpo invece veicola messaggi che sfuggono anche alla persona stessa e che possono per questo essere colti dall’interlocutore nelle contraddizioni inerenti la comunicazione
Ekman elenca otto gesti comuni, riguardanti le mani, che indicano la menzogna.

Le mani rappresentano senza dubbio una parte importante del messaggio non verbale essendo quella parte di noi che più di altre interagiscono con l’ambiente

Mano sulla bocca significato

8-comunicazione-non-verbale 8 Movimenti delle Mani che Rivelano la Menzogna

Il primo è la mano sulla bocca: quando viene detta una menzogna il cervello ordina inconsciamente alla mano di bloccare le parole false che pronuncia. Talora avviene che la bocca sia coperta solo da alcune dita o dal pugno, ma il senso del gesto non cambia.

Toccarsi il naso significato

Un altro gesto è quello di toccarsi il naso, che può essere costituito da una serie di rapidi sfregamenti sotto di esso o da un unico tocco, rapido e quasi impercettibile. Anche questo gesto va interpretato in relazione agli altri segnali corporei e al contesto, poiché il soggetto che lo compie potrebbe avere il raffreddore o un’allergia.

Sfregarsi l’occhio significatohqdefault 8 Movimenti delle Mani che Rivelano la Menzogna

Il terzo gesto è lo sfregamento di un occhio: quando un bambino non vuole vedere si copre entrambi gli occhi con le mani; quando, invece, un adulto non vuole vedere qualcosa di spiacevole, si sfrega l’occhio inconsapevolmente. Tale gesto rispecchia il tentativo da parte del cervello di non vedere l’inganno oppure il volto della persona a cui mentire. Gli uomini si stropicciano solitamente l’occhio in modo vigoroso mentre le donne tendono a usare di meno questo gesto e, in caso, a sfiorarsi la parte inferiore dell’occhio con tocchi delicati, perché sin da bambine sono state educate a evitare gesti decisi oppure per non rovinarsi il trucco.

Toccarsi l’orecchio significato

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Un ulteriore gesto è lo sfregamento dell’orecchio, ovvero un tentativo simbolico da parte dell’ascoltatore di “non sentire”, ossia di bloccare le parole che sente portando la mano all’orecchio. E’, in altre parole, la versione adulta del gesto che il bambino fa tappandosi entrambe le orecchie con le mani quando i genitori lo rimproverano.

Grattarsi il collo significato

Un ulteriore gesto che denota dubbio o incertezza, tipico di chi non è convinto di accettare una proposta o un’offerta è quello di grattarsi il collo: l’indice, di solito della mano con cui si scrive, gratta il lato del collo sotto il lobo auricolare.

Scostarsi il colletto significato

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Quello di scostarsi il colletto è un altro fenomeno da prendere in considerazione. Desmond Morris è stato uno dei primi a scoprire che, quando si dice il falso, si avverte un formicolio nei delicati tessuti del viso e del collo che induce a grattarsi o a sfregarsi la parte interessata. Per questo motivo alcuni soggetti non solo si grattano il collo ma si scostano anche il colletto della camicia quando mentono e temono di essere smascherati.

 

Dita in bocca significato

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L’ultimo gesto è quello delle dita in bocca, che denota un bisogno di rassicurazione: si tratta di un tentativo inconscio di tornare alla sicurezza dell’infanzia, quando succhiavamo il latte materno. In assenza del seno materno il bambino piccolo si succhia il pollice o mette in bocca un angolo della coperta, l’adulto invece porta le dita alla bocca oppure succhia una sigaretta, la pipa, una penna, gli occhiali o mastica una gomma, per rassicurarsi.

di Federica Selvaggio

Le mie osservazioni:

Viviamo le nostre emozioni con la mente e con il corpo ma mentre l’una può essere nascosta agli altri nei suoi contenuti, il corpo invece veicola messaggi che sfuggono anche alla persona stessa e che possono per questo essere colti dall’interlocutore nelle contraddizioni inerenti la comunicazione.

Le mani rappresentano senza dubbio una parte importante del messaggio non verbale essendo quella parte di noi che più di altre interagiscono con l’ambiente.

 

Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Psicologia della scelta: 10 punti strategici per prendere una decisione

pisoio-1030x396-1-300x115 Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

“Divergevano due strade in un bosco,
io presi la meno battuta,
..e da lì tutta la differenza è venuta”

Come il poeta Robert Frost, tutti noi ci troviamo dinnanzi a decisioni determinanti per il nostro futuro ogni giorno.

Se vi trovate bloccati ad un bivio o, davanti a molte alternative, non sapete proprio cosa scegliete, ecco una raccolta di spunti provenienti dalla ricerca scientifica su come prendere una decisione.

 

1. Informarsi

Anche se le decisioni prese “di pancia” possono essere molto azzeccate, informarsi prima è un passo di vitale importanza. E’ assolutamente fondamentale raccogliere le informazioni di cui necessitate circa le opzioni a disposizioni ed analizzarle in modo adeguato. Alcune ricerche (ad esempio Dijksterhuis et al., 2009) mostrano che le decisioni dettate dall’istinto tendono ad essere più attendibili quando provengono da persone informate. Insomma, conoscere bene l’argomento in questione può rendere la propria intuizione maggiormente affidabile.

 

2. Parlare con persone che hanno dovuto affrontare decisioni simili

Di-Cosa-Parlare-con-una-Ragazza-10-Argomenti-di-Conversazione-a-Prova-di-Bomba Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Parlare con una serie di persone che hanno attraversato i diversi percorsi al vaglio e che sono disposte ad esporsi in modo sincero può essere molto utile. Ogni esperienza è diversa da qualsiasi altra, ma ci potrebbe essere comunque molto da imparare da quelle altrui. Alcune ricerche (come Gilbert et al., 2009) suggeriscono che questo approccio può essere molto utile per sviluppare la capacità di predire le proprie possibili reazioni a determinati eventi futuri.

 

3. Tenere in considerazione la dissonanza cognitiva post-decisionale

La ricerca dimostra che le persone tendono a vedere il percorso scelto più positivamente una volta intrapreso. Questo fenomeno è chiamato “dissonanza cognitiva post-decisionale” (Festinger 1957,Lawler et al., 1975), ossia l’incapacità di riconoscere e ammettere i propri errori o, nello specifico, di riconoscere di aver preso una decisione sbagliata. La dissonanza cognitiva post-decisionale può influenzare la nostra capacità decisionale spingendoci nella direzione verso cui ci stavamo già muovendo senza considerare vie alternative.

 

4. Chiedersi cosa si sceglierebbe se nessuno si intromettesse

In molte decisioni, i bisogni e i desideri delle persone amate sono centrali e assumono un certo peso. Spesso però siamo influenzati eccessivamente anche da altri fattori esterni, ad esempio quale scelta ci darebbe maggiore prestigio o cosa la gente penserà. Quando si cade preda di questi pensieri scomodi, una strategia utile consiste nell’immaginarci uno scenario in cui nessuno sappia o si preoccupi delle decisioni che prendiamo. E’ fondamentale identificare quali degli obiettivi che ci poniamo sono in linea con quanto vogliamo davvero e quali invece ci sono stati in realtà dettati da altro.

 

5. Non lasciarsi guidare dalla paura, senza però ignorarla

Per crearsi la vita desiderata occorre correre dei rischi, alcune volte anche grossi. Dire che non si devono mai prendere decisioni basate sulla paura sarebbe troppo semplicistico, visto che la paura ci proteggere dal pericolo, tuttavia quando incappiamo in decisioni molto importanti della vita sarebbe bene evitare di fare sempre scelte che ci proteggano da qualsiasi rischio. A questo proposito, si è visto che focalizzarsi sull’evitamento della paura invece di perseguire ciò che vogliamo è associato alla solitudine e l’insicurezza.

 

6. Cercare alternative

Spesso ci si focalizza solo sulle opzioni già vagliate, tralasciando potenziali alternative. Bisognerebbe chiedersi invece: esistono varianti alle opzioni considerate che potrebbero funzionare? Ci sono sentieri completamente diversi che varrebbe la pena esplorare? Per esempio, quando si sta cercando di decidere fra due potenziali partner, si potrebbe decidere di non scegliere nessuno dei due. Se si fosse molto indecisi potrebbe essere segno che nessuna delle opzioni è quella corretta e che, un terza possibilità, potrebbe essere quella più opportuna.

 

7. Smettere di pensarci per un po’

Ruminare su una decisione da prendere può avere conseguenze molto negative. Impantanarsi nei dettagli può interferire inoltre con la propria abilità nel fare chiarezza su cosa si vuole realmente. Alcune ricerche (tra cui Creswell el al., 2013) suggeriscono che distrarsi dalla decisione da prendere per un po’ di tempo e ritornarci poi con la mente fresca possa aiutare a fare la mossa giusta (naturalmente dopo essersi informati a dovere!).

 

 

8. Mettere alla prova ogni opzione

Alcune ricerche dimostrano che le persone tendono a prendere decisioni differenti a seconda dello stato d’animo che hanno nel momento della scelta. Per bypassare questo problema, immaginate di aver preso la vostra decisione e mantenete questa scelta per qualche giorno. Questa strategia vi permetterà di verificare come vi sentite nei giorni successivi sulla base della via che avete “scelto” di intraprendere.

 

9. Considerare come il vostro “sè futuro” si sentirà

Nel suo TED talk (qui l’intervento per intero in lingua originale) lo psicologo Daniel Gilbert afferma: “tutti noi ce ne andiamo in giro con l’illusione di essere appena diventati le persone che eravamo destinate a diventare e che saremo così per il resto della nostra vita..  ma si tratta di una illusione appunto” . Nella sua ricerca egli ha dimostrato che le persone tendono a sottovalutare quanto i loro valori, la personalità, le preferenze e gli hobby cambieranno nei prossimi dieci anni. Uscire da questa illusione ci può motivare a scegliere cosa è meglio per il nostro presente piuttosto che per il nostro futuro. Sebbene sia difficile predire esattamente cosa vorremo in futuro, sarebbe sempre meglio considerare la possibilità che si potrebbe desiderare qualcosa di molto diverso da quello che si desidera ora.

 

10. Accettare che la decisione perfetta non esiste

Mindfulness-qualche-trucco-per-rilassarsi Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Prendere una decisione difficile può essere particolarmente stressante quando si immagina che ci sia una sola scelta giusta possibile e si deve solo capire quale sia. La verità è che spesso anche questa fatidica “scelta giusta” ha i suoi lati positivi e negativi. Qualsiasi strada si decida di intraprendere si proverà sempre un po’ di tristezza, perdita e dispiacere, ma questo non significa aver fatto la scelta sbagliata.

Traduzione a cura di Luca Mazzucchelli

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Le mie osservazioni:

Compiamo continuamente scelte. Scegliere è una condizione imprescindibile dell’esperienza umana.

Kierkegaard diceva che la scelta è decisiva per il contenuto della personalità. Attraverso lo scegliere infatti, ogni volta definiamo noi stessi e la nostra esistenza.

Quando lo scegliere è per certi versi di non facile attuazione, i suggerimenti sopra elencati  potrebbero agevolare il processo decisionale.

A mio avviso, l’ essenziale resta soprattutto il riuscire a comprendere il tipo di difficoltà soggettiva che si sperimenta nell’atto della scelta.

Per alcuni, infatti, il problema della scelta potrebbe risiedere nel post-scelta, in quei pensieri che si affacciano dopo l’aver preso una data decisione e che turbano la quiete. In questi casi la difficoltà della scelta sarebbe soprattutto legata all’ansia che si presenta dopo una certa decisione. Ciò potrebbe condurre a non attuare preventivamente una certa scelta.

In questi casi il suggerimento è di non concedere troppo spazio ai timori che si presentano dopo una data scelta. In pratica di non fasciarsi la testa prima di cadere.

In altri casi, la difficoltà potrebbe essere soprattutto legata al timore e alla paura delle conseguenze di una determinata scelta. L’ansia di non fare la scelta giusta potrebbe portare a procrastinare e rimandare l’evento decisionale. 

In questi casi il suggerimento è di vagliare le possibili alternative senza però perdersi in troppi preamboli, tenendo presente che la scelta giusta non può essere sempre fatta a priori.

Inoltre, se è dagli errori che traiamo la maggior parte della nostra esperienza, è davvero così pericoloso sbagliare di tanto in tanto: pensaci!

10 frasi tipiche delle persone passivo-aggressive

Le 10 frasi tipiche delle persone passivo-aggressive che pronunciano frequentemente. Conoscerle potrà aiutarvi a individuare l’ostilità passiva quando è rivolta contro di voi.

Conoscete una persona che un giorno è amichevole ma il giorno dopo è musona e ostile?

C’è qualcuno nella vostra vita che vi rivolge complimenti che percepite come ambigui, oppure che vi riserva frasi pungenti e sarcastiche trincerandosi poi dietro ad un poco credibile “sto scherzando”?

Oppure vi ritrovate in qualcuna delle modalità appena descritte?

Se avete risposto SI’ a qualcuna di queste domande, molto probabilmente state interagendo con una persona passivo-aggressiva, o mettete voi stessi in atto comportamenti passivo-aggressivi.

Nel libro “Il sorriso rabbioso: la psicologia dei comportamenti passivo-aggressivi nelle famiglie, nella scuola e nei luoghi di lavoro”, l’aggressività passiva è definita come una modalità deliberata e mascherata di esprimere sentimenti sommersi di rabbia (Long, Long & Whitson, 2008). Essa coinvolge un ampio range di comportamenti designati a farla pagare ad una persona senza che questa si accorga della rabbia sottostante.

 

1. “Non sono arrabbiato”

Negare sentimenti di rabbia è il più classico comportamento passivo-aggressivo. Piuttosto che essere trasparente e diretto quando interrogato rispetto alle proprie emozioni, il soggetto con tratti passivo-aggressivi insiste dicendo “non sono arrabbiato!”, anche quando dentro ribolle.

 

2. “Bene. Ok.”

Mettere il muso e ritirarsi da argomenti scottanti sono strategie primarie delle persone passivo-aggressive. Dato che l’aggressività passiva è motivata dalla credenza che esprimere la propria rabbia direttamente porti soltanto a peggiorare il proprio benessere (Long, Long & Whitson, 2008), la persona passivo-aggressiva utilizza frasi come “Bene”, “Ok” per tagliare velocemente la comunicazione emotiva esprimendo la rabbia indirettamente.

 

3. “Tra poco.…”

Le persone passivo-aggressive verbalmente sono sempre pronte ad attenersi alle richieste che gli vengono poste, salvo poi, con il comportamento, ritardare il compimento dell’azione. Prendiamo ad esempio un figlio che, davanti alla richiesta dei genitori di pulire la sua stanza, sorridendo risponde immediatamente “Ok mamma, tra poco”, ma dopo un bel po’ di tempo la camera e’ ancora in completo disordine. Probabilmente sta praticando una tecnica passivo-aggressiva di apparente complicità temporanea.

 

4. “Non avevo capito che intendevi ora…”

Una caratteristica peculiare delle persone passivo-aggressive è la procrastinazione, ossia l’attitudine a rimandare. Mentre la maggior parte di noi preferisce portare a termine compiti spiacevoli o noiosi, le persone con tratti di personalità passivo-aggressivi sfruttano la procrastinazione come modalità per frustrare gli altri o per uscire da certe faccende scomode senza doversi rifiutare apertamente.

5. “Vuoi sempre che tutto sia perfetto!”

Quando la procrastinazione non è possibile, un’altra strategia passivo-aggressiva sofisticata è quella di terminare il compito richiesto nei tempi, ma in modo superficiale e inaccurato. E’ il caso di un impiegato che consegna un lavoro inaccurato o di un marito che prepara alla moglie una bistecca al sangue, nonostante sia perfettamente consapevole che lei preferisce la carne ben cotta. In queste situazioni, la persona passivo-aggressiva porta a termine la richiesta, ma in un modo intenzionalmente inefficace. Quando confrontata rispetto al modo in cui l’ha fatto, difende il suo lavoro accusando gli altri di avere standard troppo rigidi e di perfezionismo.

 

6. “Pensavo lo sapessi…”

Qualche volta il perfetto crimine passivo-aggressivo ha a che fare con l’omissione. Le persone passivo-aggressive possono infatti esprimere la loro rabbia in maniera nascosta scegliendo di non condividere informazioni conosciute quando queste potrebbero prevenire determinati problemi. Facendosi scudo con l’ignoranza del “pensavo lo sapessi…”, la persona difende la sua “non azione” traendo piacere dalla difficoltà e dalle sofferenze del suo “nemico”.

 

7. “Certamente! Sarò felicissimo di esserti di aiuto!”

Qualche volta una certa dose di ostilità può nascondersi anche dietro un atteggiamento eccessivamente gentile e disponibile….. Vi è mai capitato di chiamare un servizio clienti e di trovare, dall’altra parte della cornetta, un centralino super gentile ed eccessivamente interessato che vi rassicura che il vostro problema sarà risolto immediatamente? In apparenza l’impiegato è cooperativo, ma sotto quel sorriso nasconde la sua rabbia. Dietro a tutte queste carinerie, in realtà sta gettando la vostra richiesta di aiuto nel cestino e sta stampando il modulo con il vostro nome con la scritta NEGATO.

 

8. “Hai risposto molto bene… per il tuo livello socio-culturale!”

Il complimento ambiguo è quel tipo di complimento che cela una punta velenosa. Essendo una modalità socialmente accettata, è spesso utilizzato dalle persone passivo-aggressive per insultarvi. Se qualcuno vi ha mai detto “Non ti preoccupare, puoi ancora diventare un pezzo grosso della società… nonostante la tua età” oppure “Ci sono molti uomini a cui piacciono le donne rotonde e in carne”, forse avete ben presente quanta gioia possa trasmettere un complimento passivo-aggressivo…

9. “Stavo solo scherzando..”

Come i complimenti ambigui, il sarcasmo è uno strumento molto usato dalle persone passivo-aggressive. Tale modalità permette loro di esprimere aggressività ad alta voce, ma in maniera socialmente accettabile e in forma indiretta. Se vi mostrate offesi per qualche sottolineatura pungente e rancorosa di qualche vostra caratteristica, l’ostile “burlone” assume il ruolo della vittima affermando: “Ma con te non si può proprio scherzare!”.

 

10. “Perchè sei sempre così nervoso?”

La persona passivo-aggressiva è molto abile a mantenere la calma e a fingere stupore quando gli altri esplodono di rabbia perchè aizzati dalla sua continua ostilità indiretta. I soggetti con questi tratti di personalità sperimentano infatti gratificazione quando riescono a farvi perdere il controllo, per poi assumere un’espressione del volto di perplessità e chiedervi spiegazioni per questa reazione di collera così esagerata…

Articolo tradotto a cura di Luca Mazzucchelli

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Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti

Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti.
Un post di ampio respiro sul tema della perdita del collega Luca Mazzucchelli di cui riporto soltanto una parte e di cui consiglio vivamente la lettura per intero.

Quando è opportuno richiedere un aiuto psicologico?
Tutte le persone prima o poi si devono rapportare con l’esperienza della perdita di qualcosa di importante. Non solo la morte di persone a noi care, che è il prototipo di perdita, ma anche di un rapporto d’amore, d’amicizia, di un oggetto con particolare valore. Lo stesso crescere vuol dire un po’ anche morire, abbandonare una parte di se stessi per approdare a una nuova, cercando di integrare il meglio possibile gli aspetti vecchi con quelli nuovi.

D’altra parte il sentimento della perdita è universale. Sluzky ci ricorda che “le perdite sono le ombre di tutti i possessi, materiali e non”. Così come l’ombra affianca costantemente il nostro corpo, infatti, anche la certezza che prima o poi perderemo qualcosa, qualcuno, un progetto, ci segue inevitabilmente: non è un qualcosa di opzionale nella nostra vita ma sua parte integrante, l’opposto che è in grado di darle un senso e valore.

Il sentimento della perdita rappresenta, in effetti, il tentativo di tornare all’unità, al rapporto, di mantenere una connessione, di riorganizzarsi. E’ questa l’ironia insita nella perdita: il vuoto che percepiamo tendiamo a conservarlo, poiché rimane l’unica cosa in grado di tenerci in contatto con la persona perduta. Là dove c’era lei ora non c’è più nulla, c’è un vuoto che si può decidere di tenere vicino a sé in ricordo dei tempi passati, lo si può riempire di nuovi significati costruttivi e positivi oppure renderlo ricettacolo dei propri rimpianti e rimorsi, trasformarlo in un demone persecutorio in grado di prendere il sopravvento sul nostro modo di vivere la vita.

Se la perdita è inevitabile quello che può cambiare da persona a persona è piuttosto la percezione che noi abbiamo di essa. Uno studio del 2004 di Bonanno, Wortman e Nesse dimostra chiaramente quanto siano diverse le forme di adattamento all’evento del lutto, suggerendo la necessità di abbandonare l’idea ingenua ma diffusa che la sua elaborazione proceda e si risolva in maniera lineare, passo dopo passo, per approdare invece a una concezione nella quale siano differenti i percorsi di negoziazione della perdita.

Dopo avere selezionato 267 coppie di coniugi di cui almeno un membro con più di 65 anni, sono state studiate le diverse reazioni alla morte del partner, con risultati interessanti.

L’idea più comune per cui dopo la perdita si prova dolore con un picco dopo 6 mesi che torna nella norma un anno dopo il lutto è uno schema seguito solo dall’11% delle persone. Sono sicuramente soggetti dotati di buone strategie di adattamento. In questo caso l’elaborazione procede in maniera lineare.

Il 46% delle persone rispondono al lutto in maniera ancora migliore. Partono da un dolore relativamente basso che resta tale fino a 4 anni dopo. Questo non è dovuto al fatto che neghino le proprie emozioni o che siano insensibili. Mostravano di avere un buon rapporto con il partner ma la sua ricerca dopo la morte resta bassa: hanno eccellenti capacità di affrontare la situazione.

Per entrambe queste categorie non è necessario fornire aiuto psicologico. Anzi sarebbe necessario studiarle per imparare come fanno. Non tutte le persone però sono così.

Per il 16% dei soggetti, infatti, il dolore aumenta fino a 6 mesi senza mai diminuire anche a 4 anni di distanza.  Spesso sono persone pieni di rimorsi per quello che hanno o non hanno fatto insieme al loro compagno e un sostegno psicologico può fornire loro un aiuto nell’elaborazione del lutto.

Per l’8% la sofferenza era presente già 3 anni prima del lutto, perché soffrivano di depressione marcata e la perdita ha poi aggravato lo stato delle cose. In questo caso più che elaborare il lutto è consigliata una psicoterapia per curare la depressione.

Il 10% delle persone, invece, sono depresse prima del lutto ma si sentono sempre meglio dopo l’evento della perdita. Questo per il fatto che il rapporto tra i coniugi era già deteriorato ma non si raggiungeva la separazione (si pensi a casi di abuso fisico o psicologico) oppure perché in casi di assistenza a persone cronicamente malate. Per queste persone la morte più che un problema ne rappresenta la sua soluzione. “Ho una vita nuova davanti ora, mi sento rinascere!”. In queste situazioni il supporto psicologico può essere utile per sentirsi autorizzati a sentirsi sollevati, senza provare un pericoloso senso di colpa.

Come ha spiegato Neimeyer nel suo libro “lesson of loss: A guide to coping”, la morte può sovvertire le nostre regole e organizzazioni di vita. Quando una persona rimane orfana del proprio partner capita che mantenga abitudini di coppia, sorprendendosi nella naturalezza con la quale si scopre ad apparecchiare la tavola ancora per 2 persone, mettendosi il profumo del partner, assumendo abitudini che prima erano del compagno. È per questo che è importante riuscire a capire l’esperienza della perdita alla luce dell’esigenza umana di ordine e organizzazione. Tutti i nostri disturbi in fin dei conti sono tentativi di adattamento andati a male, tentativi di tenere vicino persone che vorremmo fossero con noi.

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