8 Movimenti delle Mani che Rivelano la Menzogna

Menzogne 8 Movimenti delle Mani che Rivelano la Menzogna

Ekman elenca otto gesti comuni, riguardanti le mani, che indicano la menzogna.

Mano sulla bocca significato

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Il primo è la mano sulla bocca: quando viene detta una menzogna il cervello ordina inconsciamente alla mano di bloccare le parole false che pronuncia. Talora avviene che la bocca sia coperta solo da alcune dita o dal pugno, ma il senso del gesto non cambia.

 

Toccarsi il naso significato

Un altro gesto è quello di toccarsi il naso, che può essere costituito da una serie di rapidi sfregamenti sotto di esso o da un unico tocco, rapido e quasi impercettibile. Anche questo gesto va interpretato in relazione agli altri segnali corporei e al contesto, poiché il soggetto che lo compie potrebbe avere il raffreddore o un’allergia.

Sfregarsi l’occhio significato

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Il terzo gesto è lo sfregamento di un occhio: quando un bambino non vuole vedere si copre entrambi gli occhi con le mani; quando, invece, un adulto non vuole vedere qualcosa di spiacevole, si sfrega l’occhio inconsapevolmente. Tale gesto rispecchia il tentativo da parte del cervello di non vedere l’inganno oppure il volto della persona a cui mentire. Gli uomini si stropicciano solitamente l’occhio in modo vigoroso mentre le donne tendono a usare di meno questo gesto e, in caso, a sfiorarsi la parte inferiore dell’occhio con tocchi delicati, perché sin da bambine sono state educate a evitare gesti decisi oppure per non rovinarsi il trucco.

Toccarsi l’orecchio significato

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Un ulteriore gesto è lo sfregamento dell’orecchio, ovvero un tentativo simbolico da parte dell’ascoltatore di “non sentire”, ossia di bloccare le parole che sente portando la mano all’orecchio. E’, in altre parole, la versione adulta del gesto che il bambino fa tappandosi entrambe le orecchie con le mani quando i genitori lo rimproverano.

Grattarsi il collo significato

Un ulteriore gesto che denota dubbio o incertezza, tipico di chi non è convinto di accettare una proposta o un’offerta è quello di grattarsi il collo: l’indice, di solito della mano con cui si scrive, gratta il lato del collo sotto il lobo auricolare.

Scostarsi il colletto significato

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Quello di scostarsi il colletto è un altro fenomeno da prendere in considerazione. Desmond Morris è stato uno dei primi a scoprire che, quando si dice il falso, si avverte un formicolio nei delicati tessuti del viso e del collo che induce a grattarsi o a sfregarsi la parte interessata. Per questo motivo alcuni soggetti non solo si grattano il collo ma si scostano anche il colletto della camicia quando mentono e temono di essere smascherati.

 

Dita in bocca significato

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L’ultimo gesto è quello delle dita in bocca, che denota un bisogno di rassicurazione: si tratta di un tentativo inconscio di tornare alla sicurezza dell’infanzia, quando succhiavamo il latte materno. In assenza del seno materno il bambino piccolo si succhia il pollice o mette in bocca un angolo della coperta, l’adulto invece porta le dita alla bocca oppure succhia una sigaretta, la pipa, una penna, gli occhiali o mastica una gomma, per rassicurarsi.

di Federica Selvaggio

Le mie osservazioni:

Viviamo le nostre emozioni con la mente e con il corpo ma mentre l’una può essere nascosta agli altri nei suoi contenuti, il corpo invece veicola messaggi che sfuggono anche alla persona stessa e che possono per questo essere colti dall’interlocutore nelle contraddizioni inerenti la comunicazione.

Le mani rappresentano senza dubbio una parte importante del messaggio non verbale essendo quella parte di noi che più di altre interagiscono con l’ambiente.

 

Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Psicologia della scelta: 10 punti strategici per prendere una decisione

pisoio-1030x396-1-300x115 Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

“Divergevano due strade in un bosco,
io presi la meno battuta,
..e da lì tutta la differenza è venuta”

023ff8a6-738c-46ad-9a29-693fd8858385 Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Come il poeta Robert Frost, tutti noi ci troviamo dinnanzi a decisioni determinanti per il nostro futuro ogni giorno.

Se vi trovate bloccati ad un bivio o, davanti a molte alternative, non sapete proprio cosa scegliete, ecco una raccolta di spunti provenienti dalla ricerca scientifica su come prendere una decisione.

 

1. Informarsi

Anche se le decisioni prese “di pancia” possono essere molto azzeccate, informarsi prima è un passo di vitale importanza. E’ assolutamente fondamentale raccogliere le informazioni di cui necessitate circa le opzioni a disposizioni ed analizzarle in modo adeguato. Alcune ricerche (ad esempio Dijksterhuis et al., 2009) mostrano che le decisioni dettate dall’istinto tendono ad essere più attendibili quando provengono da persone informate. Insomma, conoscere bene l’argomento in questione può rendere la propria intuizione maggiormente affidabile.

 

2. Parlare con persone che hanno dovuto affrontare decisioni simili

Di-Cosa-Parlare-con-una-Ragazza-10-Argomenti-di-Conversazione-a-Prova-di-Bomba Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Parlare con una serie di persone che hanno attraversato i diversi percorsi al vaglio e che sono disposte ad esporsi in modo sincero può essere molto utile. Ogni esperienza è diversa da qualsiasi altra, ma ci potrebbe essere comunque molto da imparare da quelle altrui. Alcune ricerche (come Gilbert et al., 2009) suggeriscono che questo approccio può essere molto utile per sviluppare la capacità di predire le proprie possibili reazioni a determinati eventi futuri.

 

3. Tenere in considerazione la dissonanza cognitiva post-decisionale

La ricerca dimostra che le persone tendono a vedere il percorso scelto più positivamente una volta intrapreso. Questo fenomeno è chiamato “dissonanza cognitiva post-decisionale” (Festinger 1957,Lawler et al., 1975), ossia l’incapacità di riconoscere e ammettere i propri errori o, nello specifico, di riconoscere di aver preso una decisione sbagliata. La dissonanza cognitiva post-decisionale può influenzare la nostra capacità decisionale spingendoci nella direzione verso cui ci stavamo già muovendo senza considerare vie alternative.

 

4. Chiedersi cosa si sceglierebbe se nessuno si intromettesse

In molte decisioni, i bisogni e i desideri delle persone amate sono centrali e assumono un certo peso. Spesso però siamo influenzati eccessivamente anche da altri fattori esterni, ad esempio quale scelta ci darebbe maggiore prestigio o cosa la gente penserà. Quando si cade preda di questi pensieri scomodi, una strategia utile consiste nell’immaginarci uno scenario in cui nessuno sappia o si preoccupi delle decisioni che prendiamo. E’ fondamentale identificare quali degli obiettivi che ci poniamo sono in linea con quanto vogliamo davvero e quali invece ci sono stati in realtà dettati da altro.

 

5. Non lasciarsi guidare dalla paura, senza però ignorarla

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Per crearsi la vita desiderata occorre correre dei rischi, alcune volte anche grossi. Dire che non si devono mai prendere decisioni basate sulla paura sarebbe troppo semplicistico, visto che la paura ci proteggere dal pericolo, tuttavia quando incappiamo in decisioni molto importanti della vita sarebbe bene evitare di fare sempre scelte che ci proteggano da qualsiasi rischio. A questo proposito, si è visto che focalizzarsi sull’evitamento della paura invece di perseguire ciò che vogliamo è associato alla solitudine e l’insicurezza.

 

6. Cercare alternative

Spesso ci si focalizza solo sulle opzioni già vagliate, tralasciando potenziali alternative. Bisognerebbe chiedersi invece: esistono varianti alle opzioni considerate che potrebbero funzionare? Ci sono sentieri completamente diversi che varrebbe la pena esplorare? Per esempio, quando si sta cercando di decidere fra due potenziali partner, si potrebbe decidere di non scegliere nessuno dei due. Se si fosse molto indecisi potrebbe essere segno che nessuna delle opzioni è quella corretta e che, un terza possibilità, potrebbe essere quella più opportuna.

 

7. Smettere di pensarci per un po’

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Ruminare su una decisione da prendere può avere conseguenze molto negative. Impantanarsi nei dettagli può interferire inoltre con la propria abilità nel fare chiarezza su cosa si vuole realmente. Alcune ricerche (tra cui Creswell el al., 2013) suggeriscono che distrarsi dalla decisione da prendere per un po’ di tempo e ritornarci poi con la mente fresca possa aiutare a fare la mossa giusta (naturalmente dopo essersi informati a dovere!).

 

 

8. Mettere alla prova ogni opzione

Alcune ricerche dimostrano che le persone tendono a prendere decisioni differenti a seconda dello stato d’animo che hanno nel momento della scelta. Per bypassare questo problema, immaginate di aver preso la vostra decisione e mantenete questa scelta per qualche giorno. Questa strategia vi permetterà di verificare come vi sentite nei giorni successivi sulla base della via che avete “scelto” di intraprendere.

 

9. Considerare come il vostro “sè futuro” si sentirà

Nel suo TED talk (qui l’intervento per intero in lingua originale) lo psicologo Daniel Gilbert afferma: “tutti noi ce ne andiamo in giro con l’illusione di essere appena diventati le persone che eravamo destinate a diventare e che saremo così per il resto della nostra vita..  ma si tratta di una illusione appunto” . Nella sua ricerca egli ha dimostrato che le persone tendono a sottovalutare quanto i loro valori, la personalità, le preferenze e gli hobby cambieranno nei prossimi dieci anni. Uscire da questa illusione ci può motivare a scegliere cosa è meglio per il nostro presente piuttosto che per il nostro futuro. Sebbene sia difficile predire esattamente cosa vorremo in futuro, sarebbe sempre meglio considerare la possibilità che si potrebbe desiderare qualcosa di molto diverso da quello che si desidera ora.

 

10. Accettare che la decisione perfetta non esiste

Mindfulness-qualche-trucco-per-rilassarsi Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Prendere una decisione difficile può essere particolarmente stressante quando si immagina che ci sia una sola scelta giusta possibile e si deve solo capire quale sia. La verità è che spesso anche questa fatidica “scelta giusta” ha i suoi lati positivi e negativi. Qualsiasi strada si decida di intraprendere si proverà sempre un po’ di tristezza, perdita e dispiacere, ma questo non significa aver fatto la scelta sbagliata.

Traduzione a cura di Luca Mazzucchelli

Vai alla fonte in lingua originale

Le mie osservazioni:

Compiamo continuamente scelte. Scegliere è una condizione imprescindibile dell’esperienza umana.

Kierkegaard diceva che la scelta è decisiva per il contenuto della personalità. Attraverso lo scegliere infatti, ogni volta definiamo noi stessi e la nostra esistenza.

Quando lo scegliere è per certi versi di non facile attuazione, i suggerimenti sopra elencati  potrebbero agevolare il processo decisionale.

A mio avviso, l’ essenziale resta soprattutto il riuscire a comprendere il tipo di difficoltà soggettiva che si sperimenta nell’atto della scelta.

Per alcuni, infatti, il problema della scelta potrebbe risiedere nel post-scelta, in quei pensieri che si affacciano dopo l’aver preso una data decisione e che turbano la quiete. In questi casi la difficoltà della scelta sarebbe soprattutto legata all’ansia che si presenta dopo una certa decisione. Ciò potrebbe condurre a non attuare preventivamente una certa scelta.

In questi casi il suggerimento è di non concedere troppo spazio ai timori che si presentano dopo una data scelta. In pratica di non fasciarsi la testa prima di cadere.

In altri casi, la difficoltà potrebbe essere soprattutto legata al timore e alla paura delle conseguenze di una determinata scelta. L’ansia di non fare la scelta giusta potrebbe portare a procrastinare e rimandare l’evento decisionale. 

In questi casi il suggerimento è di vagliare le possibili alternative senza però perdersi in troppi preamboli, tenendo presente che la scelta giusta non può essere sempre fatta a priori.

Inoltre, se è dagli errori che traiamo la maggior parte della nostra esperienza, è davvero così pericoloso sbagliare di tanto in tanto: pensaci!

10 frasi tipiche delle persone passivo-aggressive

Le 10 frasi tipiche delle persone passivo-aggressive che pronunciano frequentemente. Conoscerle potrà aiutarvi a individuare l’ostilità passiva quando è rivolta contro di voi.

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Conoscete una persona che un giorno è amichevole ma il giorno dopo è musona e ostile?

C’è qualcuno nella vostra vita che vi rivolge complimenti che percepite come ambigui, oppure che vi riserva frasi pungenti e sarcastiche trincerandosi poi dietro ad un poco credibile “sto scherzando”?

Oppure vi ritrovate in qualcuna delle modalità appena descritte?

Se avete risposto SI’ a qualcuna di queste domande, molto probabilmente state interagendo con una persona passivo-aggressiva, o mettete voi stessi in atto comportamenti passivo-aggressivi.

Nel libro “Il sorriso rabbioso: la psicologia dei comportamenti passivo-aggressivi nelle famiglie, nella scuola e nei luoghi di lavoro”, l’aggressività passiva è definita come una modalità deliberata e mascherata di esprimere sentimenti sommersi di rabbia (Long, Long & Whitson, 2008). Essa coinvolge un ampio range di comportamenti designati a farla pagare ad una persona senza che questa si accorga della rabbia sottostante.

 

1. “Non sono arrabbiato”

Negare sentimenti di rabbia è il più classico comportamento passivo-aggressivo. Piuttosto che essere trasparente e diretto quando interrogato rispetto alle proprie emozioni, il soggetto con tratti passivo-aggressivi insiste dicendo “non sono arrabbiato!”, anche quando dentro ribolle.

 

2. “Bene. Ok.”

Mettere il muso e ritirarsi da argomenti scottanti sono strategie primarie delle persone passivo-aggressive. Dato che l’aggressività passiva è motivata dalla credenza che esprimere la propria rabbia direttamente porti soltanto a peggiorare il proprio benessere (Long, Long & Whitson, 2008), la persona passivo-aggressiva utilizza frasi come “Bene”, “Ok” per tagliare velocemente la comunicazione emotiva esprimendo la rabbia indirettamente.

 

3. “Tra poco.…”

Le persone passivo-aggressive verbalmente sono sempre pronte ad attenersi alle richieste che gli vengono poste, salvo poi, con il comportamento, ritardare il compimento dell’azione. Prendiamo ad esempio un figlio che, davanti alla richiesta dei genitori di pulire la sua stanza, sorridendo risponde immediatamente “Ok mamma, tra poco”, ma dopo un bel po’ di tempo la camera e’ ancora in completo disordine. Probabilmente sta praticando una tecnica passivo-aggressiva di apparente complicità temporanea.

 

4. “Non avevo capito che intendevi ora…”

Una caratteristica peculiare delle persone passivo-aggressive è la procrastinazione, ossia l’attitudine a rimandare. Mentre la maggior parte di noi preferisce portare a termine compiti spiacevoli o noiosi, le persone con tratti di personalità passivo-aggressivi sfruttano la procrastinazione come modalità per frustrare gli altri o per uscire da certe faccende scomode senza doversi rifiutare apertamente.

5. “Vuoi sempre che tutto sia perfetto!”

Quando la procrastinazione non è possibile, un’altra strategia passivo-aggressiva sofisticata è quella di terminare il compito richiesto nei tempi, ma in modo superficiale e inaccurato. E’ il caso di un impiegato che consegna un lavoro inaccurato o di un marito che prepara alla moglie una bistecca al sangue, nonostante sia perfettamente consapevole che lei preferisce la carne ben cotta. In queste situazioni, la persona passivo-aggressiva porta a termine la richiesta, ma in un modo intenzionalmente inefficace. Quando confrontata rispetto al modo in cui l’ha fatto, difende il suo lavoro accusando gli altri di avere standard troppo rigidi e di perfezionismo.

 

6. “Pensavo lo sapessi…”

Qualche volta il perfetto crimine passivo-aggressivo ha a che fare con l’omissione. Le persone passivo-aggressive possono infatti esprimere la loro rabbia in maniera nascosta scegliendo di non condividere informazioni conosciute quando queste potrebbero prevenire determinati problemi. Facendosi scudo con l’ignoranza del “pensavo lo sapessi…”, la persona difende la sua “non azione” traendo piacere dalla difficoltà e dalle sofferenze del suo “nemico”.

 

7. “Certamente! Sarò felicissimo di esserti di aiuto!”

Qualche volta una certa dose di ostilità può nascondersi anche dietro un atteggiamento eccessivamente gentile e disponibile….. Vi è mai capitato di chiamare un servizio clienti e di trovare, dall’altra parte della cornetta, un centralino super gentile ed eccessivamente interessato che vi rassicura che il vostro problema sarà risolto immediatamente? In apparenza l’impiegato è cooperativo, ma sotto quel sorriso nasconde la sua rabbia. Dietro a tutte queste carinerie, in realtà sta gettando la vostra richiesta di aiuto nel cestino e sta stampando il modulo con il vostro nome con la scritta NEGATO.

 

8. “Hai risposto molto bene… per il tuo livello socio-culturale!”

Il complimento ambiguo è quel tipo di complimento che cela una punta velenosa. Essendo una modalità socialmente accettata, è spesso utilizzato dalle persone passivo-aggressive per insultarvi. Se qualcuno vi ha mai detto “Non ti preoccupare, puoi ancora diventare un pezzo grosso della società… nonostante la tua età” oppure “Ci sono molti uomini a cui piacciono le donne rotonde e in carne”, forse avete ben presente quanta gioia possa trasmettere un complimento passivo-aggressivo…

9. “Stavo solo scherzando..”

Come i complimenti ambigui, il sarcasmo è uno strumento molto usato dalle persone passivo-aggressive. Tale modalità permette loro di esprimere aggressività ad alta voce, ma in maniera socialmente accettabile e in forma indiretta. Se vi mostrate offesi per qualche sottolineatura pungente e rancorosa di qualche vostra caratteristica, l’ostile “burlone” assume il ruolo della vittima affermando: “Ma con te non si può proprio scherzare!”.

 

10. “Perchè sei sempre così nervoso?”

La persona passivo-aggressiva è molto abile a mantenere la calma e a fingere stupore quando gli altri esplodono di rabbia perchè aizzati dalla sua continua ostilità indiretta. I soggetti con questi tratti di personalità sperimentano infatti gratificazione quando riescono a farvi perdere il controllo, per poi assumere un’espressione del volto di perplessità e chiedervi spiegazioni per questa reazione di collera così esagerata…

Articolo tradotto a cura di Luca Mazzucchelli

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Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti

Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti.
Un post di ampio respiro sul tema della perdita del collega Luca Mazzucchelli di cui riporto soltanto una parte e di cui consiglio vivamente la lettura per intero.

Quando è opportuno richiedere un aiuto psicologico?
Tutte le persone prima o poi si devono rapportare con l’esperienza della perdita di qualcosa di importante. Non solo la morte di persone a noi care, che è il prototipo di perdita, ma anche di un rapporto d’amore, d’amicizia, di un oggetto con particolare valore. Lo stesso crescere vuol dire un po’ anche morire, abbandonare una parte di se stessi per approdare a una nuova, cercando di integrare il meglio possibile gli aspetti vecchi con quelli nuovi.

D’altra parte il sentimento della perdita è universale. Sluzky ci ricorda che “le perdite sono le ombre di tutti i possessi, materiali e non”. Così come l’ombra affianca costantemente il nostro corpo, infatti, anche la certezza che prima o poi perderemo qualcosa, qualcuno, un progetto, ci segue inevitabilmente: non è un qualcosa di opzionale nella nostra vita ma sua parte integrante, l’opposto che è in grado di darle un senso e valore.

Il sentimento della perdita rappresenta, in effetti, il tentativo di tornare all’unità, al rapporto, di mantenere una connessione, di riorganizzarsi. E’ questa l’ironia insita nella perdita: il vuoto che percepiamo tendiamo a conservarlo, poiché rimane l’unica cosa in grado di tenerci in contatto con la persona perduta. Là dove c’era lei ora non c’è più nulla, c’è un vuoto che si può decidere di tenere vicino a sé in ricordo dei tempi passati, lo si può riempire di nuovi significati costruttivi e positivi oppure renderlo ricettacolo dei propri rimpianti e rimorsi, trasformarlo in un demone persecutorio in grado di prendere il sopravvento sul nostro modo di vivere la vita.

Se la perdita è inevitabile quello che può cambiare da persona a persona è piuttosto la percezione che noi abbiamo di essa. Uno studio del 2004 di Bonanno, Wortman e Nesse dimostra chiaramente quanto siano diverse le forme di adattamento all’evento del lutto, suggerendo la necessità di abbandonare l’idea ingenua ma diffusa che la sua elaborazione proceda e si risolva in maniera lineare, passo dopo passo, per approdare invece a una concezione nella quale siano differenti i percorsi di negoziazione della perdita.

Dopo avere selezionato 267 coppie di coniugi di cui almeno un membro con più di 65 anni, sono state studiate le diverse reazioni alla morte del partner, con risultati interessanti.

L’idea più comune per cui dopo la perdita si prova dolore con un picco dopo 6 mesi che torna nella norma un anno dopo il lutto è uno schema seguito solo dall’11% delle persone. Sono sicuramente soggetti dotati di buone strategie di adattamento. In questo caso l’elaborazione procede in maniera lineare.

Il 46% delle persone rispondono al lutto in maniera ancora migliore. Partono da un dolore relativamente basso che resta tale fino a 4 anni dopo. Questo non è dovuto al fatto che neghino le proprie emozioni o che siano insensibili. Mostravano di avere un buon rapporto con il partner ma la sua ricerca dopo la morte resta bassa: hanno eccellenti capacità di affrontare la situazione.

Per entrambe queste categorie non è necessario fornire aiuto psicologico. Anzi sarebbe necessario studiarle per imparare come fanno. Non tutte le persone però sono così.

Per il 16% dei soggetti, infatti, il dolore aumenta fino a 6 mesi senza mai diminuire anche a 4 anni di distanza.  Spesso sono persone pieni di rimorsi per quello che hanno o non hanno fatto insieme al loro compagno e un sostegno psicologico può fornire loro un aiuto nell’elaborazione del lutto.

Per l’8% la sofferenza era presente già 3 anni prima del lutto, perché soffrivano di depressione marcata e la perdita ha poi aggravato lo stato delle cose. In questo caso più che elaborare il lutto è consigliata una psicoterapia per curare la depressione.

Il 10% delle persone, invece, sono depresse prima del lutto ma si sentono sempre meglio dopo l’evento della perdita. Questo per il fatto che il rapporto tra i coniugi era già deteriorato ma non si raggiungeva la separazione (si pensi a casi di abuso fisico o psicologico) oppure perché in casi di assistenza a persone cronicamente malate. Per queste persone la morte più che un problema ne rappresenta la sua soluzione. “Ho una vita nuova davanti ora, mi sento rinascere!”. In queste situazioni il supporto psicologico può essere utile per sentirsi autorizzati a sentirsi sollevati, senza provare un pericoloso senso di colpa.

Come ha spiegato Neimeyer nel suo libro “lesson of loss: A guide to coping”, la morte può sovvertire le nostre regole e organizzazioni di vita. Quando una persona rimane orfana del proprio partner capita che mantenga abitudini di coppia, sorprendendosi nella naturalezza con la quale si scopre ad apparecchiare la tavola ancora per 2 persone, mettendosi il profumo del partner, assumendo abitudini che prima erano del compagno. È per questo che è importante riuscire a capire l’esperienza della perdita alla luce dell’esigenza umana di ordine e organizzazione. Tutti i nostri disturbi in fin dei conti sono tentativi di adattamento andati a male, tentativi di tenere vicino persone che vorremmo fossero con noi.

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Tumori e psicologia: cosa non dire ad un malato

Per un soggetto malato di cancro il supporto di famigliari e amici è molto importante. Non solo dal punto di vista pratico, per esempio per lo svolgimento delle attività domestiche, per fare la spesa, per accompagnarlo in ospedale, dove viene sottoposto ad esami diagnostici e terapie, ma anche dal punto di vista psicologico. Infatti, le persone care, con la loro presenza e il loro incoraggiamento, possono aiutare il paziente a convivere con la malattia, nell’attesa e nella speranza di conseguire la guarigione. Tuttavia, per assurdo, anche essere oggetto delle attenzioni e delle cure delle persone care può avere aspetti negativi. Pur animati dalle migliori intenzioni, amici e parenti possono fare e dire cose che invece di incoraggiare, rinfrancare e confortare il loro caro, risultano controproducenti. Di seguito vengono proposte dieci frasi che, dette ad un paziente affetto da cancro potrebbero essere percepite in modo negativo, urtare la sua sensibilità o apparire ipocrite.

Psicologia-e-tumori-495x300 Tumori e psicologia: cosa non dire ad un malato

“Non sai quanto mi dispiace per te”

È una frase che denota un atteggiamento di compassione, che non è sempre gradito. Infatti, per un malato rendersi conto che gli altri provano pietà per lui e per la sua condizione è quasi sempre avvilente. Anche determinati gesti di compatimento, come appoggiare una mano sulla spalla, possono generare più fastidio che incoraggiamento, specie se non sono abituali, ma legati a quella particolare circostanza. Molto meglio una frase del tipo: “vorrei tanto che tu non dovessi affrontare un problema così”, perché non fanno sentire il paziente come una vittima indifesa del destino, ma piuttosto manifestano solidarietà nei suoi confronti in un momento difficile.

“Se c’è qualcuno che può superare questa prova, sei proprio tu!”

Per un paziente non è confortante sapere che gli altri considerano la sua malattia come una prova da superare e lui come una persona con le risorse giuste per affrontarla. È anche utile e incoraggiante citare come esempi positivi persone che sono guarite dalla stessa malattia.

“Ti trovo proprio bene”

Spesso, può essere percepito come espressione di ipocrisia. Il malato di tumore si guarda allo specchio e quindi vede bene sul suo volto i segni della malattia. Per questo è consigliabile evitare “complimenti” inadeguati alla situazione, che possono risultare irritanti per chi li riceve e imbarazzanti per chi li fa. La cosa migliore è evitare di parlare dell’aspetto del paziente, a meno che non sia lui a volerlo fare.

“Come ti sei sciupato…”

Alcune persone credono che frasi di questo tipo servano a far capire al malato che si è consci del suo stato e lo si compatisce. Sono frasi ed atteggiamenti inadeguati, per i motivi sopra esposti. Piuttosto si potrebbe dire qualcosa che esprima la transitorietà degli attuali problemi, di salute e di aspetto fisico, e l’augurio di una pronta ripresa.

“Come vanno i tuoi controlli?”

Un paziente oncologico, al termine di esami lunghi, invasivi e complicati, in genere, non ha voglia di condividere, con amici e parenti, gli esiti dei controlli ai quali si sottopone, specie se hanno avuto esiti poco rassicuranti. Quindi, anche se si è spinti da un reale interesse o da una sincera volontà di partecipazione, sarebbe importante controllarsi ed evitare di stressare il malato con richieste dirette di informazioni. Piuttosto, si possono chiedere notizie a qualche parente o amico stretti che ne è già al corrente.

“Qualunque cosa io possa fare per aiutarti, sono a tua disposizione”

Un malato apprezza quasi sempre un’offerta di aiuto ben definita, difficilmente profferte vaghe. Amici e parenti che si propongono per andare a fare la spesa, portare i figli a scuola, preparare la cena possono risultare di grande aiuto. Offerte generiche, invece, obbligano il paziente a richieste esplicite, che possono metterlo in imbarazzo.

“Non c’è motivo di preoccuparsi”

Negare l’evidenza o minimizzare l’entità della patologia è inutile e anche offensivo ed irritante per chi ha un tumore. Quando un malato parla delle sue paure e dei suoi timori, in genere, non lo fa per sentirsi dire che sono eccessivi e che tutto andrà bene, ma piuttosto perché discutere dell’argomento può aiutarlo a scaricare la sua ansia. La cosa migliore che può fare il suo interlocutore è ascoltarlo.

“Come sei stato con la chemioterapia?”

Curiosità di questo genere possono indurre reazioni negative nelle persone sottoposte a tale cura. A un paziente oncologico non fa piacere raccontare i dettagli di un trattamento aggressivo che notoriamente ha gravi effetti collaterali. Quando è in compagnia di parenti e amici preferisce parlare di argomenti piacevoli, per distrarsi e alleggerire la tensione.

“Non vedo l’ora di incontrarti”

Suona come una pressione indebita, che non tiene conto delle esigenze e dei ritmi di una persona affetta da cancro. Peggio ancora se poi si aggiunge che la propria agenda è fitta e che è difficile trovare il tempo di fare tutto. Meglio semplificare l’approccio e proporre qualche data o ora giuste per l’incontro.

“La notizia della tua malattia mi ha sconvolto”

È una frase che non solo non manifesta sostegno alla persona malata, ma rischia piuttosto di deprimerla. Chi ha la salute e la vita sconvolta è il malato di tumore. E’ meglio che l’amico o la persona cara mettano a disposizione del malato di cancro la loro positività e la loro energia nel supportare il malato di cancro.

Fonte: The Guardian

 

La depressione dalla prospettiva delle neuroscienze

Un interessante video sulla depressione dalla prospettiva della biologia. La depressione è una patologia multifattoriale che coinvolge diversi ambiti, quello psicologico, medico, sociologico. Fondamentalmente, oggi si ritiene che in alcune forme di depressione o meglio disturbi dell’umore, sia preponderante una componente biologica mentre in altre quella psicologica. La differenza è rispetto alla gravità e persistenza dei sintomi, in alcuni disturbi di una certa gravità, vi è una chiara preponderanza della componente biologica.

Il trattamento più utilizzato nella depressione è solitamente una combinazione della terapia psicologica e di quella farmacologica per alcune forme depressive, o della sola terapia psicologica. Ciò dimostra che per quanto una terapia farmacologica in certi casi si renda necessaria, in tutti quanti quella psicologica si rivela essenziale.

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Interpretare il disegno di un bambino

E’ ormai noto che i disegni di un bambino possono rivelarsi degli utili strumenti di investigazione sul suo mondo interiore ed offrire preziose informazioni sul suo vissuto emozionale.

Spesso però i genitori non hanno alcuna nozione sull’interpretazione dei disegni e potrebbero non tenere nella giusta considerazione alcuni (di) segni rivelatori o al contrario dargli eccessiva importanza.

Questo post fornisce alcune informazioni utili per interpretare gli elementi contenuti all’interno di un disegno, tenendo comunque presente che la simboleggiata contenuta nei disegni dei bambini non va presa alla lettera, ma inserita in un’osservazione più ampia che tenga conto anche dell’età e della maturità del bambino.

Qui di seguito qualche strumento per interpretare i disegni in base agli elementi utilizzati e ai colori.

Test-del-disegno1 Interpretare il disegno di un bambino

Orientativamente, un bambino attraversa tre fasi:       osd-sun-icon Interpretare il disegno di un bambino

  1. motoria (fino a 2 anni e mezzo circa): lo scarabocchio permette di scaricare energia con gesti sempre più consapevoli e controllati;
  2. rappresentativa (fini a 4 anni circa): lo scarabocchio si evolve in un disegno più intenzionale, ma rappresenta ancora la realtà così come percepita dal bambino;
  3. figurativa (fino a 11 anni circa): si passa dal realismo intellettuale (il bambino disegna la realtà così come la conosce e riesce a riprodurla) al realismo fotografico (il bambino inizia a riferirsi alla realtà come realmente è).

Gli elementi da valutare

Il Foglio (rappresenta l’ambiente da esplorare):

  • completamente occupato dal disegno: il bambino è socievole ed estroverso, ha fiducia in stesso, verso gli altri e verso situazioni sconosciute;
  • il disegno travalica il foglio: il bambino vuole essere al centro dell’attenzione ed è poco riflessivo;
  • poco occupato dal disegno: il bambino è insicuro e introverso;

 

Il Tratto:

  • regolare e sicuro con prevalenza di linee curve: rivela buone capacità di adattamento, fiducia verso gli altri, espansività, socievolezza, libertà di esplorare, determinazione;
  • irregolare e incerto con prevalenza di tratti spigolosi e cancellature: rivela introversione, paura di rimproveri e di sbagliare, aggressività e ansia.

La Pressione sul foglio:

  • debole: indica sensibilità e timidezza;
  • forte: indica irruenza, entusiasmo e grinta.

I Colori:

  • caldi (rosso, giallo, arancione): preferiti da bambini estroversi, istintivi e curiosi;
  • freddi (blu, azzurro, viola): preferiti da bambini timidi, razionali e introversi;
  • punto di equilibrio: verde (indica sia tranquillità che ribellione).

Cosa disegna?

osd-sun-icon Interpretare il disegno di un bambinoIl Sole (rappresenta la figura paterna):

  • nascosto: segno di disaccordi col padre;
  • senza raggi: indica un padre freddo o assente.
man-icon Interpretare il disegno di un bambinoLa Figura umana rivela come il bambino percepisce se stesso. Osserviamo:

  • la grandezza: una figura troppo piccola denota timidezza e scarsa fiducia in sé;
  • testa: se molto grande indica egocentrismo o esuberanza; se molto piccola la difficoltà di relazionarsi agli altri;
  • occhi: se molto grandi dimostrano curiosità; se molto piccoli introversione e diffidenza;
  • naso: è legato alla sessualità;
  • barba, baffi e capelli: denotano forza o bisogno di affascinare;
  • denti: se presenti, indicano rabbia o aggressività;
  • orecchie: se grandi denotano curiosità;
  • cappello: se presente, esprime la sensazione di sentirsi sotto osservazione;
  • collo: se molto lungo riflette il bisogno di rifugiarsi nei sogni o mettersi in mostra, se molto piccolo indica ansia;
  • braccia: se aperte, esprimono apertura verso gli altri;
  • mani: pugni chiusi o mani ad artiglio denotano aggressività;
  • gambe: se molto lunghe indicano il desiderio di crescere; se molto corte il bisogno di protezione;
  • piedi: rappresentano la stabilità, perciò, se mancano o sono molto piccoli, indicano timore verso l’ambiente e fragilità;
  • assenza di tratti nel volto: simboleggia una negazione della realtà;
  • presenza di bottoni sui vestiti: esprime la paura dell’abbandono.
 agt-family-icon Interpretare il disegno di un bambinoLa famiglia. Osserviamo:

  • il personaggio disegnato per primo: è colui che il bambino ammira di più;
  • un personaggio assente o cancellato: esprime un rifiuto (anche come reazione ad un sentimento di gelosia) e una situazione di sofferenza;
  • un familiare molto più piccolo degli altri: potrebbe essere visto come un rivale;
  • un familiare molto più grande degli altri: potrebbe essere visto come una figura dominante, che lo inibisce;
  • un familiare in disparte: indica difficoltà di stabilire un legame forte. Se è il bambino stesso a disegnarsi in disparte ciò può indicare la paura di essere cattivo;
  • tutti i familiari separati tra loro: paura del contatto fisico;
  • rifiuto di disegnare la famiglia: segnala un disagio o una sofferenza.
 tree-icon Interpretare il disegno di un bambinoL’albero: rappresenta l’Io più profondo. Osserviamo:

  • le radici: simboleggiano l’attaccamento alla famiglia, perciò, la loro mancanza indica un bisogno di affetto e rassicurazione;
  • il tronco: se grande esprime ambizione e narcisismo, se proporzionato delinea un carattere indipendente, se esile indica chiusura; un buco sul tronco potrebbe esprimere la paura del buio;
  • le fronde: se predominanti rispetto al tronco indicano un bambino fantasioso o pigro; se molto piccole indicano egocentrismo;
  • la frutta: se attaccata ai rami indica estroversione, se sospesa indica sfiducia in sé e malinconia.
Home-icon Interpretare il disegno di un bambinoLa casa (rappresenta come il bambino vive, i suoi rapporti con la famiglia e con l’esterno). Osserviamo:

  • dimensioni: se è grande dimostra ospitalità, perciò estroversione; se è piccola timidezza e bisogno di conferme;
  • porte e finestre: se sbarrate esprimono chiusura, pensati influenze da parte dei familiari o la paura della morte; se aperte denotano apertura e curiosità.

Il significato dei colori

Il colore viola rappresenta l’urgenza di esprimersi o l’emergere di un bisogno improvviso e il suo apparire frequente è in relazione a quella situazione ambientale che non consente al bambino di muoversi liberamente in tutti i settori per le regole o le norme di comportamento che gli vengono imposte.

Il colore blu rappresenta l’intensità dell’espressione. Possono essere carichi sia un sentimento che un cibo o uno scritto. Ma può essere carica anche l’intenzione di esprimersi. L’intensità rappresentata dal blu è quella di esprimere le proprie capacità.

L’azzurro rappresenta una specie di fonte da cui si potranno attingere gli elementi occorrenti ad una vera e propria espressione. Non si sa ancora quali elementi si prenderanno da quella fonte per la propria espressione; si ha soltanto la certezza che i materiali sono molti, ma ancora inutilizzati. Questa fonte è costituita da un tipo di sensibilità che consente di percepire la realtà esterna oltre i limiti dei cinque sensi e di proiettare la propria realtà interiore.

Il verde è il colore della crescita dell’Io, del processo di maturazione e della sfera intellettuale con tutti i problemi di relazione con gli altri. Con il verde cresce il processo creativo del bambino e con esso si esprime la sua auto affermazione. Nel verde, infatti, c’è determinazione e perseveranza. Pertanto l’uso del verde nei disegni dei bambini è l’espressione di questo bisogno di crescere che investe tutti i piani, dal fisico all’intellettuale.

Il colore giallo rappresenta la selettività, la capacità di scelta. Una volta iniziato il processo di crescita, l’essere umano si trova di fronte alla necessità di scegliere tra tutti gli elementi che la realtà gli offre per poter procedere nella sua maturazione e evoluzione.

L’arancione, indica un progressivo aumento d’energia e calore che il bambino tira fuori attraverso l’uso che ne fa e la sua presenza dell’arancione nei disegni dei bambini esprime quasi sempre una buona capacità di vivere le proprie scelte.

Il rosso è il colore dell’intensità nell’azione. Esprime la forza vitale del bambino, il suo bisogno di azione, di essere nel mondo agendo con tutto se stesso, con il suo corpo. Il rosso è il colore stimolante per eccellenza, è il desiderio di vivere intensamente la vita, di vivere dentro le esperienze.

Il grigio rappresenta uno stato di tensione. Non nel senso di una tensione conflittuale, che tende a creare angoscia o ansia.

Il nero è il simbolo dell’inattività e rappresenta lo stato di sonno di una o più dinamiche interiori, che il bambino vive in quel momento. Il nero infatti, non è un colore, è il buio, assenza di luce e di colore e può indicare repressione di una situazione interiore, dovuta a comportamenti e norme imposte dall’esterno.

Il colore rosa è il desiderio di perfezione insito in ogni essere umano e maggiormente in un bambino che vive in misura minore i limiti imposti dai condizionamenti.

Il colore marrone esprime il desiderio di vivere in modo gioioso un’esperienza che si sta facendo o si vorrebbe fare. L’integrazione del marrone con gli altri colori esprime più direttamente questo modo di affrontare la vita.

Il colore bianco compare nei disegni come parte non disegnata. In questo caso il suo significato non è valido come simbolo del colore bianco, ma come separazione tra le diverse forme e colori.

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Conclusioni:

L’interpretazione del disegno è un test molto utilizzato nell’ambito dell’età evolutiva.

I disegni di un bambino rappresentano una finestra sul suo mondo interiore e spesso si rivelano il modo migliore per reperire informazioni utili.

Infatti data l’età dei soggetti,  molte volte non è possibile raccoglierle attraverso il solo colloquio. In questo caso i disegni potrebbero nascondere degli elementi che se ben interpretati aiutano a comprendere lo stato emotivo del bambino e questo in molti casi può essere di importanza fondamentale.

Come già detto, l’interpretazione del disegno è uno strumento che trova la sua massima espressione soltanto nelle mani dell’esperto, che è in grado di inserire i disegni all’interno di un quadro che tenga conto di diversi elementi così da ottenere un profilo più esaustivo.

 

 

10 cose che (forse) non sai sull’autostima

L’autostima è una dimensione intima del nostro sentirci. Queste 10 cose che (forse) non sai su di essa serviranno a fare maggiore chiarezza su un concetto tanto diffuso quanto poco chiaro.
L’autostima è un concetto psicologico attorno al quale ruota un mercato di miliardi di dollari.
Vista la moltitudine di articoli, libri, programmi e seminari (spesso della durata di pochi giorni e descritti come “miracolosi”) volti al miglioramento dell’autostima, si potrebbe pensare che la nostra comprensione di questo costrutto psicologico sia piuttosto avanzata.

Purtroppo non è così: vi è ancora un certo disaccordo su che cosa essa sia in realtà.

Dopo decenni di discussioni in merito alla definizione di autostima, vi sono tuttavia alcuni punti su cui la maggior parte degli psicologi sembra concordare. Eccoli

bassa-autostima_1-300x135 10 cose che (forse) non sai sull'autostima

 

1. Vi sono diversi tipi di autostima

Gli scienziati concordano sul fatto che la nostra autostima possa essere sia “globale” (cosa pensiamo di noi stessi e come ci sentiamo con noi stessi in generale) sia “specifica” (cosa pensiamo di noi stessi e come ci sentiamo con noi stessi in ruoli specifici, ad esempio come genitori, come professionisti, come sportivi etc).

Anche se tutti noi abbiamo diversi domini specifici di autostima, non tutti hanno la stessa importanza, perché…

 

2. L’impatto dell’autostima specifica su quella globale varia

Più un dominio specifico di autostima è importante e significativo per noi, più questo impatterà sulla nostra autostima globale. Per esempio, giocare una pessima partita di golf non ci danneggerà molto se per noi il golf non è così importante, ma creerà potenzialmente una grave ammaccatura nella nostra autostima globale se siamo giocatori di golf professionisti.

Ecco perché…

 

3. La nostra autostima oscilla di giorno in giorno e di ora in oraimages 10 cose che (forse) non sai sull'autostima

Proprio come in una classica “giornata no” dei nostri capelli che si rifiutano di stare al loro posto, un giorno possiamo alzarci che stiamo particolarmente bene con noi stessi e ci sentiamo sicuri di noi, mentre soltanto il giorno dopo possiamo sentirci totalmente incapaci. Solitamente crediamo che la nostra autostima sia cristallizzata, o alta o bassa, invece è molto più fluida e dinamica: subisce aumenti e diminuzioni in base ai feedback interni che ci diamo e a quelli esterni provenienti dall’ambiente.

Spesso si pensa che avere un’autostima molto alta sia la condizione ideale, invece…

 

4. Avere una autostima molto elevata non necessariamente è un aspetto positivo

Idealmente, la nostra autostima dovrebbe essere ragionevolmente alta, ma non eccessivamente alta! I narcisisti tendono ad avere sentimenti di sé molto alti, tuttavia la stima di sè che essi hanno è anche fragile e instabile. Anche gli insulti più piccoli possono far sentire il narcisista profondamente ferito. È per questo motivo che le persone con una percezione di sè ragionevole (e stabile) tendono ad essere psicologicamente più in salute rispetto a quelli con una autostima alta (ma fragile).

Se pensate che i narcisisti siano incredibilmente attraenti, ciò potrebbe essere dovuto al loro aspetto sempre impeccabile, ma questo non dice molto della loro autostima perchè…

 

Le sei verità sull’essere felici!

 

5. L’autostima non è correlata all’attrattività fisica

aspetto-fisico-300x194 10 cose che (forse) non sai sull'autostimaAlcuni studi hanno scoperto che persone con una bassa stima di sè venivano giudicate attraenti tanto quanto quelle con alta autostima. Ciò che fa la differenza invece è come noi ci presentiamo agli altri. Immaginate due persone ugualmente attraenti: quello che si sente meglio con se stesso, vestirà in modo più interessante, sarà più sciolto e sicuro di sé, quindi lascerà un’impressione migliore rispetto alla persona insicura…

Se credete di essere persone attraenti, probabilmente vi sentirete meglio con voi stessi anche perché la gente vi darà più attenzioni e vi farà più complimenti, mentre invece…

 

6. Le persone con autostima bassa sono resistenti ai feedback positivi

Sfortunatamente, avere una bassa autostima ci rende resistenti ai complimenti e ai rimandi positivi che, invece, potrebbero aumentare il nostro sentimento di sentirci attraenti. Quando la nostra autostima è bassa, ci sentiamo non degni di ricevere lodi. Molte persone cercano di migliorare la loro autostima facendosi da soli i complimenti in forma di affermazioni positive, per esempio “Sono attraente e degno di amore” o “Avrò presto un grande successo”.

Purtroppo …

 

7. Affermazioni positive possono far sentire le persone con bassa autostima… anche peggio!

Quando le persone con bassa autostima ricevono complimenti, non solo sono resistenti, potrebbero sentirsi addirittura peggio. Infatti, quando un apprezzamento cade lontano dal proprio sistema di credenze, si tende a rigettarlo. Quando qualcuno si sente profondamente debole e senza potere, ricevere un complimento di forza e di prestanza non fa altro che ricordare alla persona quanto in quel momento invece si sente esattamente nella condizione opposta. Ironia della sorte, le persone che tendono a beneficiare maggiormente di affermazioni positive sono coloro che hanno già un’alta autostima.

I complimenti “auto rivolti” non sono l’unico “rimedio fai da te” utilizzato per aumentare la propria autopercezione positiva. Sul mercato ce ne sono molti altri, purtroppo tutti seguono il principio appena esposto. Infatti..

 

8. La maggior parte dei “programmi” per aumentare l’autostima… non funzionano!!

images-1 10 cose che (forse) non sai sull'autostima

Alcuni studi mostrano che l’autostima di molte persone non cambia dopo l’utilizzo di programmi e seminari volti a promuoverla. Allora, perché questo costrutto mette comunque in moto un mercato così fiorente? Gli studi in questo senso hanno scoperto che, dopo aver svolto un programma di incremento dell’autostima, tendiamo a distorcere i nostri ricordi di come ci sentivano prima di iniziare, e ricordiamo il nostro precedente livello di autostima come più basso di quello che era in realtà. Crediamo dunque che la nostra autopercezione sia migliorata quando, in realtà, non è cambiata.

E’ un vero peccato che molti di questi programmi non funzionino, poiché…

 

9. Avere un’autostima ragionevolmente alta funziona come un “sistema immunitario emozionale”

Quando la nostra stima è più alta, soffriamo meno di stress e ansia, sperimentiamo rifiuti e fallimenti come meno dannosi e ci riprendiamo da esperienze dolorose in tempi più rapidi. In questo senso, l’autostima può fungere come “sistema immunitario emozionale”, che ha la funzione di tamponare le nostre ferite emotive e psicologiche.

Ne consegue che dovremmo fare tutto il possibile per proteggerla e rafforzarla, eppure…

 

10. La maggior parte dei danni alla nostra autostima sono auto-inflitti

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Purtroppo, spesso reagiamo a rifiuti e fallimenti diventando autocritici, mettendoci ad elencare tutti i nostri difetti e le nostre carenze, rivolgendoci a noi stessi con epiteti offensivi e prendendoci metaforicamente a calci quando siamo già giù. Inoltre utilizziamo ridicole giustificazioni danneggiando ulteriormente la nostra fragile autostima quando è già ferita, ad esempio “Me lo merito!”, “Questo mi servirà per restare umile”, “Devo tenere le mie aspettative più basse”, “Mi detesto”. C’è un programma adatto a tutti e che può fare miracoli per la nostra autostima: abolire le autocritiche inutili e i dialoghi interni punitivi … ed è anche gratuito!

Vai alla fonte in lingua originale

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Le mie osservazioni:

Non è così semplice come si potrebbe credere, definire il concetto di autostima. Per alcuni addirittura non avrebbe ragione di esistere se non per il business e il mercato che muove.

Tuttavia, trovo davvero utili e interessanti alcune di queste delucidazioni su questo costrutto psicologico.

Innanzitutto,  l’idea che esista una  autostima specifica per ciascun ambito della propria vita e che essa sia variabile da periodo a periodo, richiama l’assunto che ognuno di noi ne abbia una propria e che non sia possibile stabilire un valore oggettivo per tutti.

Il modo di sentirsi di ognuno cambia ed è unico da individuo a inviduo.

Inoltre, introducendo le variabili dello spazio ( i diversi ambiti della vita di ciascuno) e del tempo ( il momento di vita in cui si è immersi) si può comprendere perchè una persona potrebbe avere una maggiore autostima in certi spazi (ad esempio io potrei sentirmi sicuro nei rapporti lavorativi ma meno abile in quelli interpersonali), e in certi periodi anzichè altri (è da quando sono diventato single che mi sento più insicuro).

Un’ultima considerazione riguarda l’dea di un’autostima globale che risente dell’autostima specifica, ossia dell’autostima appartenente a una singola area o ambito di vita. Infatti, se è vero che una certa fragilità in una specifica area possa avere un impatto sul livello generale di autostima, abbassandone il grado, è vero anche il contrario. Difatti, una maggiore sicurezza in una singola area potrebbe accrescere in maniera complessiva l’austotima percepita globalmente. Ciò significa che l’aumento di sicurezza percepita ad esempio nei rapporti professionali potrebbe aumentare anche quella nei rapporti interpersonali e viceversa.

Insomma, la fiducia accresciuta in un ambito nel quale si avvertiva una certa fragilità, non resta necessariamente limitata a quell’ unico campo ma ha quasi sempre un valore circolare. 

“ Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso ”.
(Erich Fromm)

 

 

 

Come si sviluppa una dipendenza? Come evolve? Da dove nasce?

Come si sviluppa una dipendenza, e come evolve? Ma soprattutto, da dove nasce?

Questo video illustra in una maniera semplice l’evolversi di una dipendenza da sostanze e le sue conseguenze devastanti.
Ma, quello che nessun video o qualsiasi altro post che illustri questo fenomeno non come un’esperienza soggettiva ma oggetiva (cioè valida per tutti allo stesso modo) può fare, è afferrare come e quando essa cominci.
E quindi, quello che non può cogliere, è proprio “come nasca” una dipendenza.
Innanzitutto, perchè a differenza di quanto molti possano pensare, non è l’utilizzo costante a far “nascere” la dipendenza. L’uso e il consumo abituale (nel caso di sostanze) ne “giustifica” in parte soltanto il mantenimento.
Per cui, non sempre, soprattutto oggi che ben si conoscono gli effetti di dipendenza che strutturano certe sostanze, si comincia per “ignoranza” e poi si è vittima della dipendenze per gli effetti fiosologici che essa produce.
In pratica, prima che il consumo e poi il suo mantenimento diventino dipendenza e si strutturino come tale, c’è un vissuto emotivo che spinge un indivisuo ad abbracciarne l’infausto consumo.
Spesso si tratta di un senso di vuoto o di un modo di avvertirsi, che attraverso l’uso della sostanza ne consente la gestione.
Quindi, prima di cominciare, c’è già un certo modo di sentirsi che avvicina un individuo a cominciare e poi a non poterne fare più a meno.
E questo modo di sentirsi che avvicina all’uso di una certa sostanza, o anche ad altre tipologie di dipendeza, ad esempio il “Gambing” (gioco d’azzardo), sono da rintracciare all’interno della storia di vita personale dell’individuo, che è unica per ciascuno di noi.
Insomma, la causa non è il consumo, ma il modo di sentirsi, di avvertirsi che spinge verso…e che poi si automantiene anche attraverso la fisiologia dell’organismo, (l’astinenza, ad esempo) e i cambiamenti cognitivi che ne derivano.
La domanda di fondo diventa dunque:
com’è che ad un certo punto la “pallina gialla” acquista una certa significatività, curiosità o necessità. Perchè ad un certo punto del proprio cammino esistenziale, si sceglie di “pizzicarla”?

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Se la scienza fisiologica può indicare come si sviluppa una dipendenza e come essa evolve, ossia gli effetti che le sostanze producono sull’organismo ristrutturandone la condizione di stato ottimale, spetta alla psicologia quale scienza dei vissuti e dell’esperienza rintracciare nella storia personale di ciascuno i vissuti emotivi e l’esperienza di vita che ne “giustifichino” la nascita.

Il test dei tre setacci

Condivido con voi una di quelle storie che circolano sul web. Non sono certo che l’autore sia effettivamente il grande filosofo greco, ma la saggezza contenuta in essa è di certo innegabile.

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?
– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

La-storia-dei-tre-setacci Il test dei tre setacci