“L’essenziale, adesso, è visibile agli occhi”

Ciascuno di noi  si sta confrontando con questo evento collettivo a modo proprio, con il suo stile emotivo, secondo il proprio modo di essere.
E non può che essere così!
Sono tante le emozioni che lo attraversano, e diverse le direzioni che vanno di volta in volta assumendo: personali, familiari, relazionali.. umane.

Lo sfondo comune da cui esse si sollevano è l’ignoto e l’impossibilità ad afferrarlo, controllarlo.
E’ il non-sapere che genera inquietudine, una tensione irrefrenabile, un vissuto di spaesamento che attanaglia.
Non-sapere cosa succede e quando avrà termine.
Notizie che si susseguono restringono l’attenzione e sintonizzano l’animo su un unico canale lungo un tunnel.
Difficile non essere inquieti, più realizzabile invece provare ad essere realisticamente preoccupati.
Infatti, per quanto tutto questo non ci piaccia, le emozioni di questo periodo sono le più adeguate al contesto che stiamo vivendo.
Le tonalità emotive che meglio si accordano a questo silenzioso fracasso.
Ora come sempre, non esiste la maniera giusta di come ci si debba o non ci si debba sentire;
non c’è una modalità ordinaria di vivere l’inconsueto, il non-familiare, questo tempo sospeso.
Ciascuno di noi con la propria sensibilità è chiamato a fronteggiare e destreggiare  questo “sentirsi in balia di..”.
Ognuno è costretto a restringere il proprio spazio di autonomia, ancor più di prima, entro quello collettivo.
E’ il tempo dell’ambivalenza, dove gli opposti si relazionano su piani paralleli senza mai incontrarsi:
siamo uniti nella sorte, ma alla giusta distanza; accomunati da regole stringenti che ci isolano in un abbraccio senza tocco.
Questa solitudine mette a nudo il desiderio dell’Altro, il bisogno dell’ovvio.

In questo momento, “l’essenziale, diventa visibile agli occhi”.
Ora, come rapportarci a tutto questo?
Come sostenere il non-ovvio, l’irregolare, questo nuovo schema di vita che risucchia e spazza via la rassicurante tranquillità della monotonia, del Noi, dell’indifferente e ovvia quotidianità?
Come già detto, Ciascuno si destreggia come può tra questo non-sapere che alimenta ansie, timori, noia e speranze..
Così, senza voler offrire ricette preconfezionate che siano valide per tutti, riporto unicamente la mia esperienza su come sto gestendo le emozioni di questo tempo, per mitigare l’effetto dirompente degli eventi in corso.

1) “Innanzitutto, moderando l’accesso all’informazione. Qualità e quantità”.

Una regola aurea, che come per tanti altri è assunta a norma, è la tipologia di informazioni che ho deciso di far mia.
Mentre scrivo questo post, posso immaginare le innumerevoli condivisioni di articoli dannosi, apparentemente verosimili ma essenzialmente catastrofici.
La regola è sempre la stessa: non fermarsi unicamente al titolo, guardare la fonte e usare il buon senso.

E paradossalmente, in questo momento potrebbe risultare ancora più agevole dribblare tutta questa pesantezza ed essere al contempo accuratamente informati.
Lasciamo perdere chi è immerso in un film tutto suo e concediamoci di essere  “realisticamente preoccupati”.
D’altronde, come non esserlo!
Ma stiamo attenti a non oltrepassare il perimetro del conoscibile, a non sconfinare troppo in là.
L’ansia è l’anticipazione di ciò che non si conosce e il come farvi fronte;
E’ immaginarsi con una zattera in mezzo all’oceano.
E’ quel cercare di controllare l’ignoto che aleggia in questo momento: un’operazione di per sè impraticabile.
Chiariamoci, è del tutto naturale essere preoccupati, lasciarsi andare a domande sul futuro, al timore per sè e i propri cari, ma inutilmente dannoso sfondare continuamente i limiti di quello che si ha sotto-mano, alla ricerca degli scenari più remoti.
Per tanto, mi curo della qualità dell’informazione a cui accedo.
Allo stesso modo, mi guardo bene dal non diventarne schiavo.
È naturale e doveroso tenere sott’occhio l’andamento dei fatti, ma è possibile farlo controllando di tanto in tanto lo sviluppo degli eventi, senza “attaccarsi al web”.
L’ansia si nutre dei nostri timori e del tempo che le dedichiamo ad alimentarla.
Moderare la qualità, ma anche la quantità.

2) C’è differenza tra il possibile e il probabile.

L’esser-preoccupati in questo periodo è un’emozione certamente ineludibile. E guai se non lo fosse!
E’ grazie ad essa che possiamo condividere le norme attuate. Il negare o bypassare questa dimensione emotiva esporrebbe tutti noi a comportamenti rischiosi.
Ma c’è differenza tra l’esser-preoccupati e il trascendere continuamente la realtà dei fatti immaginando tutta una serie di risvolti possibili e allarmistici.
Può sembrare del tutto ragionevole affaccendarsi in una certa “attività filmica” purchè fatta rientrare nella sfera del possibile. Ma è proprio qui che si annida l’ansia eccessiva: il coltivare fantasie che per quanto verosimili non appartengono allo stato attuale.

Ciò che ho sempre bene a mente, è che ciò con cui ci stiamo misurando non rientra nella sfera del possibile, che di per sé rende veritiera e fumosa qualsiasi possibilità, ma con quella del probabile, che differentemente rientra nel novero della statistica.
Come a dire che è certamente possibile ottenere testa lanciando in aria una moneta per duecento volte, ma altamente improbabile che ciò possa accadere realmente.
Con ciò non voglio far passare l’idea che le nostre preoccupazioni siano immotivate e che per tranquillizzarsi sia sufficiente far rientrare tutto nel regno della statistica e della razionalità.
Come ho detto, le emozioni di questo periodo sono adeguatamente in linea con il clima che questi eventi vanno strutturando.
Ma per quanto sia del tutto naturale lasciarsi andare a certe speculazioni e rappresentazioni future, cerco di relegarle nel loro “spazio di scena”, controbilanciandole con la realtà sottomano, che di per sè è l’unica di cui si abbia davvero certezza.
Quel che possiamo fare come esseri situati nel presente e rivolti al futuro, è conoscere ed osservare lo sviluppo degli eventi, regolarci sulla mossa dell’avversario, e anticiparne fattivamente gli effetti.
Non è passività, un semplice giocare in difesa, ma una modalità attiva, attuabile e vincente.

3) “Tra lo scegliere di cosa fare di questo tempo, scelgo di non esserne ostaggio”.

Le emozioni in gioco sono tante: ansia, timori, paura, preoccupazioni, senso di vuoto.
Tra esse certamente anche la noia, che può tradursi proprio in quell’atteggiamento compulsivo a controllare ossessivamente il flusso delle informazioni, con il risultato di restare costantemente all’interno della stessa atmosfera. Cambiamo aria, apriamo le finestre anche su altro.
Di questo tempo a disposizione, si può esserne ostaggi oppure farlo proprio, renderlo produttivo, a tratti distensivo.
La scelta, entro una gamma di regole imposte, è tra l’opportunità di in-vadere il proprio tempo, occupandolo e appropriandosene, o di e-vadere da esso senza riuscirci, restando confinati entro un tempo estraneo, imposto, un tempo tra parentesi.
Personalmente continuo a portare avanti la mia attività seppur in altre modalità. Ho attivato un canale Skype per le emergenze a cui accedere gratuitamente e continuo ad aggiornarmi e a mantenermi pronto per il sole che verrà.

4)”Accetto i vissuti che contrassegnano questo periodo, ma sto attento a cosa metto nell’animo”.

Non siamo in vacanza, e di certo non si può pensare di vivere tutto questo senza una pur minima dose di ansia, angoscia o preoccupazione.
Come dicevamo, è la negazione di questi vissuti che conduce all’adozione di comportamenti incauti e irresponsabili.
Evadere non vuol dire oltrepassare la salvaguardia delle regole di protezione della nostra comunità.
Confusione, rabbia, stress, tristezza, noia, preoccupazione, possono susseguirsi e auto-alimentarsi in cicli continui da cui non sempre è facile disconnettersi. Quel che si può fare è il non rincarare la dose.
Una buona dieta emotiva è forse la prescrizione più utile al momento:
accettare i vissuti che scorrono in questo periodo ma non accrescerli ulteriormente. Magari nutrire il proprio tempo di altri vissuti più congeniali al mantenimento di un certo equilibrio.
Per qualcuno questo può voler dire mettere il bavaglio ad anticipazioni catastrofiche, per altri il come invadere o evadere dal tempo-imposto a propria disposizione, per altri ancora può voler dire confrontarsi con la limitazione della propria autonomia, con il silenzio delle relazioni in lontananza o con il disagio di una troppa intimità.
Insomma, ognuno può avvertire una o più di queste dimensioni come maggiormente difficile.

Farsene carico significa confrontarsi con tutto questo, con la possibilità di scoprirsi anche in modi inediti.

5) Ritrovare se stessi.

Molte persone possono vivere questo isolamento come una seria difficoltà per la troppa vicinanza a Sè e all’Altro. Indaffarati o sempre in corsa verso il raggiungimento di obiettivi, la cura di sè come scoperta più autentica del proprio modo di essere, è una dimensione che col tempo si è smarrita o dalla quale si tende a prendere le distanze.
Eppure, è proprio in essa che si cela il benessere originario di ognuno di noi.
Questo stretto contatto tra Sè e Sè e le persone che si amano, ma da cui si trovano modi e tempi per sottrarsi, in questo momento potrebbero avere meno alibi e possibilità di fuga.
Molti rapporti possono essere riscoperti, rinvigoriti, o entrare in crisi.
Per quanto la situazione sia viziata da preoccupazioni e timori che ne amplificano i vissuti, essa spinge gioco-forza ad un maggior contatto. Certo si può scegliere, a volte anche inconsapevolmente, di continuare a sospendere certi vissuti, facendo ricorso alle consuete modalità di evitamento.
Oppure scegliere di entrare nel buio e riscoprire, chissà, una luce che si temeva o si credeva irrimediabilmente affievolita.
Fin dove riuscire a calarsi dipende dalla propria inclinazione e da quello che si avverte a naso.
Comunque sia, è possibile che inediti modi di avvertire Sè e l’Altro irrompano in tutta la loro urgenza: una chiamata a cui si dovrà rispondere, in una maniera o l’altra.

6) La certezza e una speranza!

L’angoscia è probabilmente l’emozione che più ci accompagna in questo periodo.
Ognuno di noi sarà preso da certe dimensioni esistenziali piuttosto che da altre, ma lo spirito che lo pervade ci accomuna.
Alla fine di tutto questo, molti ci avranno rimesso più di altri, purtroppo per tanti già in una maniera incommensurabile.
Il numero dei morti assume un valore esponenziale rispetto a quello dei guariti, per quanto statisticamente e fortunatamente sia l’inverso.
All’apprensione giustamente presente, si accompagna una profonda tristezza d’animo.
La mia certezza è che questa dura prova sarà superata. Non ne usciremmo indenni, ma cambiati.
La speranza è che questa scia di dolore e sofferenza porti con sè un cambiamento di prospettiva.
La speranza è che “l’essenziale torni ad essere invisibile agli occhi”, senza per questo dimenticarne la portata.

Un abbraccio a tutti.

Diego Chiariello

Quanti tipi di ansia esistono?

Come è noto, una delle motivazioni principali che porta a richiedere un consulto dallo psicoterapeuta è per tematiche di tipo ansioso. Ansia e attacchi di panico sono sintomi molti comuni che spingono ad avvalersi della collaborazione del terapeuta.
Ma quanti tipi di ansia esistono? Essendo l’ansia un sintomo comune a più svariate situazioni, non è certamente possibile ingabbiarla entro un’unica categoria che possa dar conto del suo emergere sempre allo stesso modo.
Per tanto, è lecito chiedersi quanti tipi di ansia esistono? E’ sempre la stessa o cambia?

Certamente si! E’ una domanda legittima a cui va data risposta.

Con la premessa fondamentale che il nostro discorso va ben oltre la già nota differenza che passa tra “ansia sana” e “ansia patologica”, o tra ansia da prestazione e quella di performance.

google-gruppi-300x169 Quanti tipi di ansia esistono?

Insomma, quanti tipi di ansia esistono?

Per rispondere a questa domanda, utilizzeremo l’esperienza comune dell’andare al cinema.
Quando decidiamo di guardare un film, possiamo decidere di sceglierne uno di un certo Genere, ad esempio: romantico, drammatico, horror, thriller e così via. Nel fare questo, ci aspettiamo  che il film scelto rispetti certe caratteristiche, una certa trama e soprattutto che ci susciti quella gamma di emozioni che rientrano nel genere prescelto. Se ad esempio optiamo per un film horror ci aspettiamo che le emozioni che esso susciti siano paura, ansia, tensione e così via.
Stessa cosa se optiamo per un film autobiografico, romantico, drammatico, d’avventura…

Detto così nulla di strano! Eppure, qualcuno potrebbe storcere il naso.

Infatti, nei film troviamo sempre una commistione di emozioni. Cioè in un film horror è difficile che non ci siano momenti di gioia (magari in cui uccidono il personaggio cattivo), di tristezza, rabbia…etc.
Tuttavia, seppur in un certo genere di film le emozioni e i vissuti che esso suscita sono diversi, affinchè quel film possa rientrare in un certo genere è necessaria una preponderanza di certi vissuti emotivi anzichè di altri.
Come abbiamo detto, se optiamo per un genere horror ci aspettiamo che la paura e un certa tensione attraversino il film in maniera preponderante, se scegliamo un genere drammatico ci aspettiamo che siano altre emozioni ad esserlo e a guidare la storia.

Cosa significa questo?

Essendo la nostra storia  di vita, proprio come una sorta di racconto o film, con la sua trama, i suoi  personaggi e i suoi punti di svolta più significativi, è praticamente impossibile definire un’unico genere entro il quale ricondurre ad esempio l’ansia. 
L’ansia di Claudio legata alla possibile fine della sua storia d’amore, seppur simile all’ansia di Francesca del non riuscire a laurearsi Marzo, sarà di un’altro tenore, riconducibile ad una preponderanza di alcuni vissuti emotivi anzichè di altri. Allo stesso modo, la tristezza di Claudio per la fine della sua storia, avrà caratteristiche simili ma diverse rispetto alla tristezza di Francesca di non aver superato l’esame. Simili, perchè l’emozione principale che essi riportano è la medesima, diversa perchè uniche sono le storie di vita di Claudio e di Francesca.

Ad esempio, consideriamo sempre Claudio e Francesca rispetto all’ansia del prossimo esame universitario. Trattandosi di una stessa esperienza, ossia sostenere l’esame di Settembre, saremmo autorizzati a pensare che entrambi sperimentano la stessa tipologia di ansia.
Eppure, se entriamo nelle loro storie ci accorgiamo già da un primo racconto superficiale, che questo fatto non è assolutamente corretto.
Se infatti guardiamo ai due personaggi (Claudio e Francesca) e alle loro storie, scopriremo due esistenze e quindi due modi di avvertire l’ansia completamente diversi.
Infatti Claudio è in ansia per l’esame di Settembre, in quanto non essendo riuscito a sostenere esami da più di anno si è autoimposto come sua ultima possibilità proprio l’esame di Settembre. Se non passa questa volta, lascerà l’università, dovendo riconoscere ciò che il padre gli ha sempre fatto pesare, ossia di non essere tagliato per gli studi. Contemporaneamente già si anticipa il fatto che se non dovesse superare l’esame dovrà per forza ricercare un lavoro, nonostante si senta inadeguato anche solo a pensarci per qualsiasi possibile impiego.
La sua ansia dell’esame rivela un certo personaggio, un certo modo di sentirsi rispetto all’esistenza passata e futura, e tanto tanto altro ancora.
Dal canto suo, invece, Francesca è in ansia per l’esame di Settembre perchè anche questa volta come le altre teme di non riuscire ad ottenere il massimo dei voti. Il solo pensiero di non essere quella studentessa “perfetta” e sempre in linea con gli obiettivi prefissati la fa sentire male. Inoltre le aspettative dei suoi genitori sono tremendamente alte, essendo loro dei professionisti riconosciuti che non vedrebbero certamente di buon occhio un voto che non sia il più alto. Il suo spicato senso al perfezionismo, sintonizzato sulle alte aspettative dei genitori, l’hanno modellata nel corso del tempo come un personaggio competitivo e perennemente in ansia, ma su un versante per così dire meno fisiologico. Infatti, mentre l’ansia di Claudio si manifesta soprattutto sotto forma di film rispetto al futuro, Francesca sperimenta la sua ansia soprattutto come ansia somatizzata, cioè inerente al corpo.
Due storie, due personaggi, due esistenze diverse. Due modi di avvertire l’ansia dell’esame di Settembre (così come altre esperienze) dissimili.

Quindi, se nel cinema esistono diversi generi (thriller, drammatico, horror, autobiografico, etc.) allo stesso modo sono diverse le situazioni esistenziali (studio, lavoro, relazioni, famiglia e così via) dalla quale può emergere l’ansia e la tipologia stessa di ansia.

Come a dire che nella categoria “ansia” o volendo essere ancora più specifici, in quella dell’ “ansia dell’esame”,  ritroviamo tantissime storie, che pur presentando lo stesso vissuto di ansia,  presentano elementi diversi e quindi, anche una diversa tipologia di ansia.

Per cui, volendo rispondere alla nostra domanda: quanti tipi di ansia esistono? Uno o tanti? Uguali o diversi?, dobbiamo riconoscere che esistono diverse tipologie di ansia, perchè diverse sono le storie di vita di Ciascuno.

A questo punto però, se è vero che esistono tante ansie quanti sono gli esseri umani, ossia che la mia, la tua, la nostra ansia, possono essere simili sotto certi aspetti ma completamente diverse, come è possibile fare terapia? Se il modo di approcciarsi all’ansia di Claudio non è lo stesso per l’ansia di Francesca, come è possibile fare psicoterapia?

Come si fa a restare unici da un punto di vista terapeutico, senza per questo diventare degli alieni?
Cioè, come è possibile attuare una psicoterapia come scienza, se ogni persona è unica e diversa dall’altra?  

Se da un lato, le storie che raccontano Claudio e Francesca restano uniche, tuttavia la trama delle loro storie e altre caratteristiche che le contraddistinguono, ci forniscono quelle coordinate per comprendere la problematica che essi raccontano; ossia, entro quale “genere” o categoria di storia ci troviamo.
Infatti, anche se esistono svariate storie di ansia d’esame, tutte diverse per personaggi, trama, risvolti, esiti e così via, esse sono comunque accomunate dalla medesima tipologia di esperienza, seppur unico nel suo “Genere”.

Così, proprio come ciascun film si caratterizzerà per la sua trama, personaggi, scene salienti e punti di svolta che danno una certa direzione alla trama del film, allo stesso modo nella storia personale di ciascuno di noi è possibile ravvisare quegli specifici eventi e momenti che andranno a costituire i punti di svolta che inclineranno la nostra storia verso una direzione piuttosto che un’altra, ed entro cui è possibile ricercare il momento dell’ emergere dell’ansia. E sono proprio i punti di svolta, ossia i momenti più importanti che caratterizzano la storia di vita di ognuno ad essere i momenti da analizzare per ricercare il senso di un vissuto emotivo, come ad esempio l’emergere dell’ansia.
L’ansia, unica per ciascuna storia, va ricercata nella storia stessa, a partire proprio dal “genere di storia” che per quanto unica non è mai quella di un alieno, ma di una persona in carne ed ossa e per tanto comprensibile nella sua formazione e nei suoi risvolti, esiti e vissuti emotivi più importanti.
Ed è grazie a questa somiglianza di genere che è possibile l’esperienza della psicoterapia per storie che restano uniche per ciascuno di noi.
Solo così lo psicoterapeuta può entrare dentro l’unicità di una storia con una bussola che ne permetta l’orientamento; solo così può muoversi sulla base di una certa oggettività preservandone la sua soggettività.
In questo modo Ciascuno conserva la sua unicità e al contempo offre allo psicoterapeuta ( e a se stesso) la possibilità dell’ascolto e alla comprensione.

Diego Chiariello

Quali sono le differenze tra lo psicoterapeuta e i motivatori?

Quali sono le differenze tra lo psicologo-psicoterapeuta e i cosiddetti “motivatori”?
Di cosa si occupa esattamente la psicoterapia e quando è davvero utile avvalersene? 

Queste sono le domande che mi sono state recentemente poste, solitamente la più gettonata è: “mi spiega il significato di questo sogno?” ^-^

psicologi-o-motivatori-300x120 Quali sono le differenze tra lo psicoterapeuta e i motivatori?

 

 

 

 

 

Ormai sono tantissimi i post che riportano informazioni sul quando sia utile rivolgersi allo psicologo-psicoterapeuta, e sul come esso possa essere d’aiuto. Certamente un po’ tutti forniscono utili rassicurazioni sul suo ruolo e sul come si svolge una psicoterapia (ognuno secondo il proprio metodo), ma, a mio avviso, queste informazioni fanno passare due messaggi impropri:
il primo, è l’idea che lo psicologo si occupi “esclusivamente” di problematiche legate alla psiche/mente,
il secondo, è che la cura consista nel recuperare, o meglio,”riaggiustare” quello che non funzionerebbe (come fare il tagliando dell’auto).

Potrebbe sembrare un’idea ovvia e innocua quella che lo psicologo si occupi esclusivamente di problematiche inerenti il mentale ma oltre a non essere innocua, essa è anche poco veritiera.

Perchè, a mio avviso, questa presunta “verità” non rispecchia la realtà ed è sbagliato farla passare per corretta?

Innanzitutto, continuare ad alimentare l’idea già imperante che l’esclusiva funzione dello psicoterapeuta consista nell’occuparsi  di “problematiche mentali” e che questa miri al riaggiustare le parti non sane dell’individuo (quasi fossimo automobili), porta con sè il messaggio ambiguo che rivolgersi allo psicologo significhi in qualche modo essere guasti, persone da ri-mettere a posto.
Infatti, se lo psicoterapeuta si occupa esclusivamente di problematiche mentali, allora per alcuni, decidere di rivolgersi a questo professionista implicherà il dover mettere in discussione il proprio stesso modo di essere, il proprio modo di funzionare (mentalmente).

E’ vero che questo discorso non interessa che una minima parte di persone, mentre sono ormai in tanti ad affidarsi tranquillamente a questo professionista; eppure, il fatto che esso venga identificato ancora solamente come “il medico della psiche”, porta a rivolgersi ad esso unicamente in quelle situazioni in cui le problematiche e il disagio vengono appunto fatte rientrare in questo prospettiva di pensiero.

Ancora una volta, questo aspetto potrebbe sembrare corretto ed innocuo, ma non è così!

Secondo il mio modo di intendere la psicoterapia e quindi il campo di interesse dello psicoterapeuta, la sua funzione non consiste nel riaggiustare le parti guaste o non adeguate dell’individuo, ma ha come suo luogo di elezione il campo dell’esperienza del vivere, l’esistenza, che non si trova, nè dentro nè fuori l’individuo, ma nel suo rapporto con essa.
La psicoterapia non consiste nella sola riduzione, eliminazione o gestione dei sintomi tipici per cui si interpella la figura del terapeuta, ma nella chiarificazione di quegli aspetti e vissuti emotivi della propria esistenza da cui in un certo momento in avanti è emerso un disturbo, un disagio, o anche il senso di qualcosa di inesprimibile;
inoltre, mentre da un lato essa si rivolge alla chiarificazione di questi aspetti, contemporaneamente si allarga alle possibilità di crescita e autentico rinnovamento dei propri orizzonti d’esperienza.
La sua funzione è duplice e contemporaneamente unica.

In primo luogo potremo dire quindi che:
lo psicologo non è l’aiuto di chi è “malato di qualcosa”, di chi è “disturbato”, ma di chiunque stia vivendo un momento di sofferenza o senta il bisogno di fare maggiore chiarezza..

Può trattarsi della fine di una relazione, di ansia, di attacchi di panico, di un senso di inadeguatezza o di una sofferenza che non si riesce a definire.
Comunque sia, qualcosa al momento ci “disturba”, ci importuna, si intromette tra Sè e il proprio consueto benessere.
Per cui, in questi momenti non siamo noi ad essere “disturbati” ma la nostra quotidianità.
A pensarci bene allora, lo psicoterapeuta non è per i malati, ma è per tutti, perchè lo psicologo, più che della persona, ha cura ed ha premura dell’individuo nel suo rapporto con il vivere quotidiano, promuovendo la conoscenza dei suoi bisogni e la scoperta dei propri talenti.

In secondo luogo,
proprio perchè esso ha come campo di interesse la scoperta del potenziale più proprio di ciascuno, la sua azione non si esaurisce nella sola gestione delle situazioni sintomatiche (ansia, attacchi di panico, depressione, separazioni etc.) ma nella messa in atto e conquista delle proprie possibilità concrete, degli obiettivi e delle scelte da assumere o da progettare.

Per tanto, dalla scorretta idea che lo psicologo si occupi soltanto delle problematiche inerenti il mentale, e non invece dell’esperienza più autentica di me, di te, di noi, come persone uniche e irripetibili, discende come sua conseguenza un altro aspetto per nulla innocuo e assai importante.
Se lo psicologo-psicoterapeuta, è visto come il professionista che si occupa soltanto di riparare il guasto, di aggiustare ciò che non funziona, allora tutto il suo potenziale consisterà solamente nel riportare una situazione di malessere al precedente livello di assenza di sintomi.
Cioè, l’unica “miglioria”che una persona potrebbe apportare alla propria esistenza attraverso questa profonda esperienza, consisterebbe unicamente nel ritornare a funzionare “correttamente”.

Cosa significa questo?

Detto in altri termini, se si lasciano passare come veri questi due aspetti (l’idea che lo psicologo “aggiusti”le parti guaste o non sane della propria salute mentale, e che l’unico vantaggio di una terapia consista in questa sorta di riparazione senza produrre un autentica appropriazione di sè), per una persona che si chiedesse se è utile rivolgersi allo psicologo per una determinata problematica, ciò potrebbe implicare non solo il mettersi in discussione sul proprio stato di salute mentale, ma anche l’idea che sia preferibile rivolgere altrove le proprie tematiche, dato che l’unico vantaggio di un consulto psicologico consisterebbe nel riportare la propria vita unicamente ad una situazione di “normalità” (intesa come assenza di sintomi), senza alcuna crescita, guadagno o cambiamento ulteriore…

Se poniamo la questione da questa prospettiva potremmo dire:

che senso avrebbe affidarmi allo psicologo per aggiustare quello che non va in me, se rivolgendomi ad altri posso ambire a diventare una persona completamente nuova e più performante?

Perchè dovrei rivolgermi ad uno psicologo che non farebbe altro che sostituire le mia parti non funzionanti, anziché investire in un altro percorso che mi trasformerebbe in qualcosa di decisamente nuovo?

Come vediamo, l’idea che lo psicologo.psicoterapeuta si curi esclusivamente della “salute mentale”, e che la cura consista nel riaggiustare le parti guaste dell’individuo, ha delle profonde implicazioni.

Questo modo inappropriato di inquadrare la figura dello psicoterapeuta e della psicoterapia, potrebbe spiegare, a mio avviso, due fenomeni che hanno preso sempre più piede:

Innanzitutto,  l’opinione da parte di alcuni, che sia preferibile, anche lì dove l’esigenza rientra nel campo delle competenze dello psicologo, intraprendere altre manovre per il proprio benessere, come ad esempio seguire corsi di yoga, di mindfulness (meditazione), corsi di auto-crescita personale, di potenziamento dell’autostima, coaching, etc.

Non sto dicendo che queste attività siano inutili, ma che esse molto spesso vengono messe in atto come soluzione ad altre necessità.
Per anni ho seguito un corso di yoga e meditazione, e a detta dello stesso istruttore la motivazione principale alla base della richiesta di almeno l’80% dei suoi partecipanti aveva un carattere prettamente psicologico, come quello di “curare” l’ansia, tanto che egli stesso era solito distinguere e suggerire un percorso anche terapeutico.

Accanto a questo primo aspetto, il secondo fatto degno di nota, è che i sempre più innumerevoli fautori del cambiamento “easy and speed” (rapido e veloce), i nuovi guru del benessere mordi e fuggi, dichiarino ad alta voce di non essere psicologi, pur avendo preso in prestito qua e là varie tecniche motivazionali inerenti la stessa psicologia.

La massima “sono anche un po’ psicologo” , non solo oggi non viene più enunciata, ma si dichiara esplicitamente il non esserlo, come se questo fosse più un vanto che il contrario.
Cioè, se prima, il non appartenere alla categoria dei professionisti del settore, veniva vista come una mancanza che andava quantomeno sottaciuta, oggi si fa del non essere un addetto ai lavori un marchio di diversificazione…
“non sono uno psicologo e non “curo”… per questo vado ben oltre”

La mossa strategica è stata quella di fare di una mancanza di competenza, una diversità e un presunto valore aggiunto.

Come si spiega questo fatto nuovo e alquanto insolito?

Questo stato di cose è reso possibile per i motivi che abbiamo summenzionato, e cioè l’essersi attribuiti da parte dei tanti “improvvisatori sul mentale”, la capacità di andare oltre la “cura”( intesa erroneamente come guarigione dalla malattia) e di considerare loro campo di pertinenza, quello del cosiddetto “potenziamento mentale”, potenziamento da cui deriverebbero: benessere, successo e anche una certa guarigione dalle proprie ansie e timori.

Questo nuovo scenario, visibile sotto gli occhi di tutti, dai vari social dove abbondano carismatici improvvisatori della psiche di ogni tipologia, ai best seller in cima alle classifiche, è stato possibile sfruttando l’equivoco alla base della visione della figura dello psicologo.

Il paradossale interessamento verso queste figure che si professano lontane dagli psicologi pur scimmiottando e improvvisando tecniche del repertorio dello psicologo, è stato possibile a causa di un grosso equivoco mai completamente chiarito dalla psicologia e quindi mal assorbito dal pensiero comune.
L’equivoco di fondo risiede nel non aver chiarito esaustivamente che la cura psicoterapica, non solo non è equiparabile con il curare medico, ma che il senso della parola “cura”, se viene intesa come mera gestione del sintomo, perde tutto il potenziale di crescita personale legato ad essa.

Nel termine Cura, il rimando è subito ad una situazione di medico e paziente, di malato e guaritore.

Così, spostando l’asse di centratura dalla cura su quello di motivazione, volontà, potenziamento, conoscenza mentale, si è montato un mercato parallelo fatto di show, tecniche magiche e segreti mentali in grado di assicurare la svolta.

Ma tutto ciò è corretto? La psicoterapia utilizza lo stesso modello di cura della medicina?

Va subito detto che la terapia psicologica non è sovrapponibile a quella medica.
Per la medicina è necessario e sufficiente risolvere il sintomo del paziente, un sintomo che ad esempio nel caso del reflusso gastroesofageo sarà ugualmente trattato sia per me che per te o chicchessia. Cioè, per la medicina, il mio, il tuo, il nostro reflusso avranno la stessa eziopatogenesi (la stessa causa e sviluppo), per cui poco importa se tu sia Diego, Maria, Carlo, o Alessia..

Per una buona psicoterapia invece, questo fatto è determinante, in quanto sia che si tratti di situazioni sintomatologiche (ad esempio una storia di attacchi di panico) sia che l’obiettivo riguardi una crescita personale, Diego, Maria, Carlo o Alessia non possono essere equiparati, dato che le loro storie di vita, i loro progetti, così come le loro caratteristiche individuali non sono minimamente sovrapponibili.
Approfondiremo meglio questo aspetto in un altro post, per ora ci basti comprendere che la psicoterapia pur adottando un suo metodo, non può essere equiparata alla medicina proprio per la diversità di metodo che le due discipline richiedono.

Per cui quali sono le differenze tra lo psicoterapeuta e i cosiddetti “motivatori”?

Se la psicoterapia si rivolge soltanto ai “problemi di salute mentale”, mentre altre figure come i motivatori, i nuovi guru, i coaching improvvisati diventano gli esperti del benessere inteso come crescita personale, diventa ovvio che lo psicologo sarà interpellato solamente in quelle situazioni dove il disagio e la sofferenza del vivere si fanno sentire con insistenza.
Addirittura, se lo psicologo-psicoterapeuta è percepito come una sorta di meccanico della mente, interessato più a riparare i guasti che non a Curare, diventa subito chiaro perchè alcune persone potrebbero avere delle remore ad avvicinarsi a questo professionista e prediligere invece altre iniziative che promettono un potenziamento mentale attraverso tecniche segrete e strabilianti.

Come abbiamo ampiamente ripetuto, invece, lo psicologo non si occupa assolutamente di aggiustare quello che non funzionerebbe correttamente, bensì, da un lato di chiarire le dinamiche esistenziali alla base di un possibile disagio,
e contemporaneamente, di “curare”, inteso come prendersi cura e avere a cuore, il potenziale di crescita, di chiarificazione e autentico benessere della persona.

La Cura, in psicoterapia, travalicando la mera gestione dei sintomi, mira a quel senso di appropriazione autentica della propria storia di vita, dalla quale discende tanto un rinnovato benessere quanto la possibilità di mettere in atto le proprie scelte e i propri progetti.

Questi domini esperienziali non possono che trovare in questa figura il suo luogo più consono, anche per quelle situazioni non propriamente sintomatologiche, come ad esempio un senso di maggiore autostima, di crescita personale,  ricerca di obiettivi, di un maggiore senso di efficacia personale…
Molte delle persone che si professano come più idonee a sviluppare il potenziale di crescita mentale, per quanto carismatiche possano apparire, difficilmente potranno attuare effettivi cambiamenti a lungo termine nella vita di qualcuno, ma tutt’al più offrire un’ immagine, “una copia” della vita di qualcun’altro, magari la loro, vera o millantata vita di successo.

Il motivo di ciò è molto semplice;

Se parliamo di crescita personale alla stregua di un marketing, allora le tecniche impiegate possono essere più o meno valide ed offrire anche i risultati sperati.
Se invece la crescita personale è correttamente intesa come scoperta delle “proprie” potenzialità, uniche per ciascuno di noi, allora qualsiasi tecnica preconfezionata non potrà che essere uno specchietto per le allodole, in quanto ciascuna di esse intenderà:
me, te, noi, non come esseri unici e diversi, ma identici, e quindi come delle macchine da modificare.
Ma l’essere umano non è una macchina, né una pianta, nè un vaso o una casa.
La vera scoperta dei propri bisogni e talenti, non può che essere acquisita dalla consapevolezza dei propri modi di essere e della propria storia personale, che unica e irripetibile si trascina con sé le difficoltà nonché le autentiche opportunità: di scelta e passione, tra paura e coraggio…

Se ti va di approfondire alcuni punti del post, puoi lasciare un commento.
Sarei curioso di conoscere la tua opinione al riguardo.
Lascia un commento qui sotto o sulla pagina Facebook.

 

Diego Chiariello

 

Estate che ansia! i sintomi più comuni della bella stagione

10 Indicatori di Abuso Sessuale sui Minori

indicatori di abuso sessuale sui minori: ecco una checklist molto affidabile di 10 indicatori di abuso sessuale, una sintesi di tutti gli articoli altamente scientifici che circolano in rete in queste settimane, a seguito del clamore mediatico suscitato dagli sviluppi dell’omicidio della piccola Fortuna in Caivano, alle porte di Napoli.

disagiobambino 10 Indicatori di Abuso Sessuale sui Minori

Dunque, se riscontrate questi 10 segnali nel vostro bambino c’è il sospetto che sia stato abusato sessualmente:

1. mostrarsi insolitamente solitario, il bambino tende a isolarsi;
2. brusco cambiamento nelle abitudini;
3. il bambino lamenta dolori fisici che non trovano un’apparente spiegazione medica (mal di pancia, vertigini, mal di testa…);
4. il bambino diventa aggressivo o iperattivo
5. il bambino inizia a presentare un brusco calo dell’attenzione;

6 modi per attenuare il perfezionismo dei propri figli

Attenuare il perfezionismo dei propri figli non è una semplice azione educativa ma una modalità emotiva di rapportasi alla vita, e come tale va inculcata da subito e soprattutto laddove si scorge un atteggiamento o una disposizione al perfezionismo.

All’età di 4 anni, Marco strappava il foglio dove aveva fatto un disegno perché secondo lui non era perfetto. Cominciava nuovamente da capo, ma spesso montava in lui una forte rabbia, di nuovo strappava o cancellava il disegno e ancora ricominciava fino a che, rassegnato, smetteva di disegnare.

I genitori si sono sempre accorti di questa sua rigidità nel fare le cose solo come le aveva in mente lui, ma speravano che questo comportamento diminuisse con l’età.

A 8 anni, invece, il comportamento è ancora presente, per esempio durante i compiti: quando Marco esegue i calcoli o risponde alle domande di comprensione di un testo, se non sono perfetti e in ordine come ha in mente strappa la pagina e ricomincia da capo.

I genitori sono frustrati e scoraggiati, e non sanno come gestire questa situazione…

Il-perfezionismo-dei-ragazzi1 6 modi per attenuare il perfezionismo dei propri figli

Anche vostro figlio è inflessibile?

Si pone standard molto elevati, difficili da raggiungere, e che nella maggior parte delle volte non sono altro che fonte di frustrazione?

Continua a procrastinare tutto quello che deve fare finchè non è sicuro che sarà perfetto?

Passa da un estremo all’altro, per esempio è eccessivamente studioso in alcuni giorni mentre in altri non è minimamente interessato alla scuola e ai compiti?

Si punisce da solo quando le cose non vanno come vuole lui e si sente un fallimento?

Quando i bambini hanno tratti di perfezionismo, molti genitori si spaventano e sono alla disperata ricerca di una soluzione.

Creare opportunità giornaliere per insegnare ai figli che non devono essere perfetti, perché “la vita stessa non è perfetta”, è qualcosa di fondamentale, e l’esempio di noi adulti è prezioso.

Moderare il perfezionismo dei bambini è possibile: ecco 6 semplici spunti che possono essere un buon inizio per attenuare il pefezionismo dei propri figli.

1) Linguaggio e atteggiamento

I figli guardano e apprendono il modo in cui noi reagiamo alle avversità.

Frasi come “La torta deve essere perfetta esattamente come voglio io!” oppure “Se al mio capo non piacerà il mio lavoro sarà una cosa terribile!” implicano un pensiero assoluto (una modalità di pensiero tutto o nulla) e negatività.

Quando qualcosa non va nel modo desiderato, preferite frasi del tipo “Ho lavorato molto e mi sono divertito a farlo. È un bel progetto, non deve mica essere perfetto!”.

Allo stesso modo, quando vostro figlio fa un disegno o scrive un testo, invece di dire “É perfetto tesoro!”, dite piuttosto “Ho visto che ti sei divertito/impegnato molto nel farlo! Ottimo lavoro!”.

Diventare consapevoli di quando siamo negativi rispetto al nostro lavoro o ad altri aspetti della vita, esprimiamo le nostre frustrazioni in modo ragionevole e verbalizziamo quali strategie alternative utilizziamo per risolvere il nostro problema. Nostro figlio ci guarderà e apprenderà da noi come essere costruttivi non significa essere perfetti.

2) Aspettative

figlio-insicuro 6 modi per attenuare il perfezionismo dei propri figli

Quando nostro figlio porta a casa un 7 in una verifica, cerchiamo di evitare di dire “Bravo, magari la prossima volta potresti portare a casa un bel 10..”. Così dicendo potrebbe concludere che per renderci felici deve prendere sempre 10 e che non lo ameremo mai abbastanza se non lo farà. I bambini devono invece sapere che li amiamo incondizionatamente e che notiamo tutti i loro sforzi. Certamente possiamo incoraggiarli a fare meglio, ma se in quel compito prendere 7 è stato il massimo che potevano fare, occorre premiarli. Insomma, i bambini hanno bisogno di capire che sono amati ugualmente indipendentemente dal voto che portano a casa.

3) Talenti

Quando i bambini hanno un talento e vogliono svilupparlo, è certamente qualcosa di meraviglioso. Premiamo i loro successi, ma senza venerarli, altrimenti imparerebbero che per sentirsi felici dipendono dalle nostre lodi.

Inoltre, capita spesso che bambini talentuosi e perfezionisti si focalizzino sulle piccole e fisiologiche imprecisioni nelle loro performance: la nota sbagliata durante il saggio di musica o il passo sbagliato durante lo spettacolo di danza. In queste evenienze, non siate sbrigativi dicendo “Non ti preoccupare amore. Nessuno l’ha notato. Sei stato perfetto lo stesso!”. Minimizzare la situazione non risolverà la sofferenza che vostro figlio sta provando. Piuttosto, quando sono tristi ed abbattuti, riconosciamo e validiamo i loro sentimenti (“so che adesso sei triste per avere fatto quell’errore”),  ascoltiamoli e, se necessario, abbracciamoli. Solo dopo potremo far notare il lato positivo della situazione e insegnare loro come è possibile affrontare il problema cercando nuove strategie.

4) Opportunità di successo o di fallimento

BambinoLibroSmall 6 modi per attenuare il perfezionismo dei propri figli

Se i nostri figli sono dei perfezionisti, la loro più grande paura riguardo al commettere errori è essere giudicati negativamente oppure essere rifiutati dai genitori e dagli amici.

Attraverso il gioco possono imparare che è divertente anche quando si perde. In situazioni ludiche, sperimentando sia successi che fallimenti e sostenuti dai genitori in entrambi le situazioni, i bambini possono capire che non è poi così grave non ottenere ciò che vogliono qualche volta.

Quando dovesse incappare in alcuni insuccessi, facciamogli notare che anche i suoi “idoli” non sono così perfetti come crede, anche loro fanno degli sbagli. 

Altro aspetto importante è che i figli vedano genitori che sanno ridere dei propri errori e accettarli. Occorre che apprendano da noi ad essere sufficientemente a loro agio anche nello sconforto, perché questo fa parte della vita. Questo permetterà loro di tollerare le frustrazioni e coltivare un sentimento di auto-compassione.

5) State in contatto con vostro figlio

Platone diceva “Si scopre l’altro molto di più in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”. Giocare con i propri figli e trascorrere del tempo con loro è un’ottima opportunità per entrare nel loro mondo e trasmettere loro che siamo interessati a conoscerli per come sono, e non solo per quello che realizzano. Quando diventano adolescenti, ascoltateli quando vi raccontano le loro preoccupazioni di non essere sempre perfetti e all’altezza in ogni situazione. Nel farlo, mantenete la giusta distanza emotiva: non state troppo vicini perché si sentiranno soffocati, non state troppo lontani perché si sentiranno abbandonati. Il vostro amore incondizionato e il vostro interesse genuino permetteranno loro di sapere che anche durante la tempesta c’è un faro, e quel faro siete voi.

 

6) Insegnate loro a focalizzarsi sui processi, non sul risultato finale

kid-677080-845x321 6 modi per attenuare il perfezionismo dei propri figli

Vi è mai capitato che vostro figlio si assuma tutta la colpa quando la sua squadra perde? Attribuisce a se stesso tutti gli errori dimenticando che anche i suoi compagni di squadra sono responsabili della sconfitta. Così facendo, la tensione di dover vincere causa in lui una forte ansia e questo non gli permette di mostrare tutto il suo potenziale. Lo sport non è più un divertimento, ma diventa un peso.

Trasmettiamo ai nostri figli questo concetto: il meglio che possono fare è l’unica cosa che conta. Non sempre si può vincere.

Prima impareranno tutto questo, prima saranno felici. Insegnando loro a rialzarsi ridendo quando cadono, si potranno godere tutta la vita con le sue imperfezioni.

Certamente, essere determinati è molto utile nella vita di tutti i giorni. Tuttavia solo quando si impara a tollerare i fallimenti, la determinazione guiderà verso il successo.

 

Conclusioni:

Se un bambino impiega molto tempo a svolgere qualsiasi attività, perdendosi nei dettagli finchè non la considera perfetta, se è molto critico verso se stesso e se ha un’intensa paura di incorrere in errori, finendo per privilegiare sempre attività conosciute che può controllare, probabilmente ha tratti di perfezionismo.

Questo comportamento, che in piccole dosi può essere vantaggioso in quanto promuove il raggiungimento di standard elevati, in quantità eccessive diviene controproducente e doloroso.
Attenuare il suo perfezionismo diventa fondamentale per un’esistenza serena e votata al benessere.

Vai alla fonte in lingua originale

 

 

Balena blu e suicidio giovanile. Cosa c’è di vero?

Balena blu, era diventato sinonimo di terrore per tantissimi genitori di mezzo mondo e un fatto di assoluta incredulità per chi pur non essendo genitore ascoltava notizie riguardanti questo (vecchio) fenomeno legato alla nuova generazione di adolescenti denominati “nativi digitali”, termine coniato per indicare coloro che sono nati e quindi cresciuti all’interno dell’era digitale.
Ma Balena Blu non è l’ultimo espediente di giovani annoiati in cerca di forti emozioni.
Quello che avrebbe caratterizzato almeno a prima vista questa nuova tendenza era la sua apparente enigmaticità, la sua assurda e totale mancanza di alcun senso.
Ma andiamo con ordine.
Secondo un video della nota trasmissione “Le Iene”, Balena Blu è un macabro “gioco” (gioco inteso come  insieme di regole) che consiste nel seguire un copione di 50 regole prestabilite, dietro la supervisione di un “curatore” (un tutor). Il curatore è una persona mai vista e conosciuta che ha il compito di seguire il giocatore nello sviluppo del gioco inviando continuamente informazioni inerenti le sfide. Ogni giorno il giocatore deve portare a termine la sfida giornaliera e in alcuni casi mostrare il risultato al curatore, come ad esempio l’essersi tagliato in una zona del corpo specifica, o l’aver visto una serie di filmati a sfondo horror.
Non si sa chi ci sia dietro tutto questo, chi sia a “reclutare” e ad inviare le regole ai potenziali giocatori. Al momento, sempre secondo la trasmissione di Italia uno è stato arrestato soltanto uno degli organizzatori, un ventiduenne russo, paese da cui sembrava aver avuto inizio il diffondersi del gioco.
Se altri “giochi giovanili” (come il surfing sui treni in movimento o il tuffarsi dal piano alto di un albergo nella piscina sottostante) pur nella loro estremità consentivano di fare dei ragionamenti, Balena blu sfuggiva alle consuete spiegazioni di sempre.
La sfida non consiste nel misurarsi con la morte ed uscirne indenni ma nel “non” sottrarsi ad essa.
Per superare la prova finale, infatti, il giocatore deve uccidersi lanciandosi dal palazzo più alto della propria città.
Qualcosa di davvero inconcepibile!
Questa volta non si tratta del solito gioco in cui cercare scosse di adrenalina e nemmeno la spiegazione sull’immaturità giovanile può venirci in soccorso nella sua comprensione, ed è difficile credere che si tratti della ricerca da parte di un giovane di approvazione e adulazione.
Difficile che ci sia tutto questo. Perchè stavolta alla fine del gioco c’è solo la pura e incomunicabile fine del proprio viaggio.
Un “game-over” in solitaria, o meglio, accompagnati da uno o più giocatori atti a filmarne le gesta estreme.
Terribile anche solo pensare qualcuno di questi ragazzi, possa addirittura fantasticaere sui commenti post-mortem.
Perchè da quello che “emergerebbe”, i ragazzi che sono riusciti e che riescono nell’ultima prova diventano una sorta di eroi, “quelli che hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo” come ebbero a dire alcuni compagni alla madre di una delle giovani vittime suicida.
Impossibile capire cosa passi nella testa di un adolescente in quel momento in cui “ha deciso” di non arrendersi e di andare fino in fondo.
Una cosa sola è certa: non è il brivido la molla che spinge e mantiene il tutto, perchè a differenza di altri giochi qui si vince con il proprio suicidio.
Suicidio, un atto catalogato come uno tra i più folli che un essere umano possa commettere. E se quindi di follia si tratta, siamo autorizzati a concludere che la spiegazione a tutto questo è di natura mentale, che il tutto è da addebitare alla condizione mentale di chi lo compie. E se poi la vittima è per di più indotta al gesto estremo da qualcun’altro, ne possiamo ragionevolmente concludere che si tratta di plagio mentale. Senza ombra di dubbio!

Ecco allora che i conti tornano, ecco allora che la spiegazione rassicurante per un atto così incommensurabile è stata raggiunta:
sono i ragazzi fragili di mente le vittime designate e la loro unica colpa è quella di essere delle facili prede da condizionare ed assoggettare. Discorso chiuso.

Eppure qualcosa non quadra. Dalle interviste sembrerebbe infatti che le vittime designate siano ragazzi come tanti altri, riconosciuti all’interno della propria cerchia di amici, ragazzi apparentemente sani, con tanto di relazioni sociali e di interessi.
Non quindi l’indecifrabile gesto di un giovane già afflitto dalla vita e per questo facilmente condizionabile ma ragazzi che ad un certo punto entrano in gioco perverso, macabro, micidiale.

Ora, se crediamo che dietro a tutto questo si nasconde soltanto il plagio di una mente debole o magari di una mente piegata e indotta alla follia con tecniche Kubrikiane, chiaramente, ci allontaniamo dalla verità.
Certamente c’è una giovane mente condizionata, una mente assoggettata, ma non da un gioco, ci deve essere qualcos’altro, qualcosa di ancora più insidioso. 
In una società dove l’impresa più ardua per un adolescente è diventata la costruzione della propria identità e la gestione del vuoto, la ricerca di una propria individuazione pone enormi difficoltà, angoscia e inquietudine.
Le domande allora da porsi non sono soltanto psicologiche, da psicologo dico che la spiegazione non va ricercata unicamente in una fragile mente in via di sviluppo nè in una sofisticata tecnica di plagio mentale, ma nel loro abbraccio fatale, e in questa loro possibilità di incontro.
Sarebbe sbagliato spostare tutto il carico delle “responsabilità” sulle fragili menti dei ragazzi e degli occhi sfuggenti delle famiglie.
Questa volta l’interrogazione è di natura sociologica e culturale, oltre che psicologica, ed investe tutti noi, il vuoto e la mancanza di senso che rimandiamo continuamente a chi ci segue e prosegue.
Detto questo, seppur Balena blu (come è facile immaginare) resta soltanto l’ennesima notizia costruita per stupire e far audience, solleva un’interrogazione e una drammaticità purtroppo vere e sempre attuali: il suicidio giovanile.
Come ebbe a dire un passeggero con cui condividevo il diretto per Bologna:
“questi ragazzi sembrano come castelli: alti e imponenti, ma pur sempre espugnabili”.

E così anche Alessandro D’avenia a proposito dei cosiddetti “nativi digitali”, i giovani notoriamente considerati più intelligenti rispetto alle generazioni passate per il fatto di essere nati in un’epoca di intenso sviluppo tecnologico e cerebrale, così si esprime:

“Nell’uso generico di smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello simile a quello di un adulto. Ma quando si tratta di operazioni più complesse chiedono aiuto. Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello degli adolescenti della mia generazione. E la scienza lo conferma […]
Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: “ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi”. Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema […]
Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di homo sapiens, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione genetica […]
Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della “crisi dell’esperienza”.
Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva”.

Diego Chiariello

 

Quali emozioni sono positive e quali negative?

Quali emozioni sono positive?

Quando tempo fa mi è stata posta questa domanda, per un momento davvero non sapevo cosa rispondere, in quanto non ne afferravo il senso. E non perchè la domanda non avesse alcun significato in sè, quanto piuttosto perchè il suo senso mi sembrava davvero profondo:
a mio avviso, dietro la domanda su quali emozioni siano positive, si presuppone l’idea che le emozioni siano degli oggetti, qualcosa che possediamo ma da cui possiamo anche distaccarcene, qualcosa che ci accompagna in certi momenti della giornata e in altri no, qual-cosa…appunto come fossero cose.

In psicologia si tende a dividere le emozioni in positive e in negative, in base alla loro utilità.

Ma è davvero così? E’ giusto esprimerci in questo modo sulle “nostre” emozioni?

Tempo fa, un esperto di alimentazione, mi diceva che non è del tutto corretto parlare di “buona alimentazione” intesa come qualcosa che “rafforza” l’organismo e che al contrario si dovrebbe discutere soprattutto di alimentazione dannosa, alimentazione non salutare.
A suo dire infatti, se lo zucchero è nocivo per la salute (non me lo sto inventando) e quindi si può affermare che faccia “male”, è scorretto invece dire che la frutta faccia “bene”.
Certo non è dannosa ma nemmeno dona i super-poteri, semplicemente è adeguata al nostro organismo e in questo possiamo dire che è salutare.
Ciò che lui contesta quindi, è l’idea che si debba insistere con l’assunzione di una serie di alimenti quasi fossero portatori di un “miglioramento” della salute, di un maggior livello di energia, quando invece sarebbe sufficiente assumere quelli adeguati, per essere al massimo delle proprie forze.
Come a dire che ad una scimmia che si nutre di frutta, perchè rientra nella sua dieta, sarà sufficiente nutrirsi di quella per stare bene. E così, ad un cane sarà sufficiente nutrirsi di ciò che naturalmente è sano per sè.
Ma mentre la scimmia si adegua in maniera naturale (al suo ambiente), un cane che non vivesse allo stato brado, entrerebbe certamente in contatto con tutta una serie di alimenti non consoni al suo organismo. Se spostiamo la faccenda sull’uomo, capiamo che essa diventa la tesi su cosa sia effettivamente adeguato per l’essere umano e cosa no, come ad esempio la discussione che ruota intorno al consumo di carne o meno, quanta consumarne…
Di tutto questo discorso, ciò che comunque mi preme sottolineare è appunto questo concetto di “adeguatezza”, che in questo caso specifico significa che un alimento prima di fare bene a questo o a quello, deve anzitutto essere consono e non dannoso al nostro essere.

Ora vediamo come questo può essere utile per il nostro discorso sulle emozioni.
Per prima cosa però, chiariamo cosa intendiamo con emozioni:
le emozioni non sono semplicemente qualcosa che sta nel cervello o nella mente.
Le emozioni riguardano primariamente “il nostro rapporto con la vita”, con la nostra esistenza.
Quando diciamo che siamo felici piuttosto che tristi, non è che ci sentiamo così nel nostro cervello, ma siamo tristi o felici nei riguardi di qualcosa che ci sta accadendo, ci è accaduto o pensiamo possa accaderci.
Non è il nostro cervello che sta giù o la nostra mente, ma siamo noi.
Tant’è che più di parlare di emozioni come se fossero degli oggetti, dovremo parlare dell’emozionarsi, cioè delle “nostre” emozioni, in quanto l’emozionarsi è sempre riferito al vivente: “io” mi emoziono, “tu” ti emozioni, “egli” si emoziona, etc.

Cosa ci dice questo?

Innanzitutto come per il discorso sul cibo, il nostro emozionarci prima che positivo o negativo è anzitutto adeguato.
Se sono triste perchè ho rotto con la mia compagna con la quale vivevo una storia importante, quella tristezza non può certo definirsi un’emozione negativa. Infatti se fosse così, cioè se è così che la interpretassi, potrei credere che sia necessario cercare in tutti i modi di convertirla in un’emozione positiva. E ciò significherebbe non accettare il fatto che quella storia per me è ancora, adesso, qualcosa di importante, che fa parte della mia storia di vita, che racconta chi sono, del nostro tempo passato assieme, etc.. etc..etc..
Per cui, innanzitutto, i nostri stati d’animo ci informano su come ci sentiamo nel nostro vivere quotidiano. Come una bussola ci orientano continuamente e ci consentono di penetrare il velo della realtà e di scoprire il mondo: senza le nostre emozioni infatti, il mondo sarebbe un luogo senza spazio e senza tempo.
Ed è per questo che le nostre emozioni non sono semplicemente delle parole utili a nominare un oggetto, come la parola pietra con cui indichiamo l’oggetto pietra. Nè sono stati che prova il nostro cervello. Sono molto di più.
Sono il modo in cui “ci sentiamo”, “ci avvertiamo”, ci posizioniamo nel mondo:
se sono triste il mondo sarà in un certo modo: ad esempio sarà ostile o magari superficiale o forse senza scopo. Quando sono di fretta, il mondo è lento. Se sono felice per una promozione, il mondo è più leggero.
Non è che mi appare in un certo modo, ma lo diventa proprio. 
Se sono innamorato, tutto diventa più luminoso.
Ecco cosa sono le emozioni: un modo di sentirsi e di sentire il mondo e gli altri.
E quando dico sentirsi, intendo proprio come ci avvertiamo, nello spazio (quello che ci circonda), nel tempo (la nostra storia di vita) ed anche nella nostra carne, nel corpo.
Per cui ritornando alla nostra domanda su quali emozioni siano positive, rispondiamo che le nostre emozioni sono anzitutto adeguate, ossia si adeguano a noi, alla nostra vita, alla nostra storia, a chi siamo:
L’ansia che provo prima di un esame mi pone in uno stato di maggiore contatto con me stesso e quindi di concentrazione. Il mio timore di lasciarmi andare ad un sentimento mi indica l’importanza che esso assume per me. La gelosia che nutro per la mia compagna (gelosia, non possessività) manifesta anche l’amore nei suoi riguardi. La tristezza che provo per la perdita di una persona cara mi consente di abbracciarla nel ricordo.
Se pensiamo alle emozioni alla stregua di stati del cervello positivi o negativi, tanto vale bombardarci al mattino con un bel “pensa positivo” e il gioco è fatto: una sorta di dieta mentale. Ma servirebbe?
A voi la risposta!

Le emozioni non sono pensieri che possono essere convertiti a nostro piacimento. Una persona che soffre per la perdita di una persona cara non ha semplicemente “pensieri negativi” a riguardo, ma si confronta con un mondo che ha assunto nuove sembianze: più arduo, più cupo, meno ospitale…ognuno le “sente” come le sente, perchè non vi è nulla di più proprio delle proprie emozioni.

Eppure, sembrerebbe indubbio che ci siano emozioni che esprimono un sentirsi “bene”, e che quindi definiamo positive, ed altre meno.
Ora che abbiamo chiarito come sono davvero le emozioni, possiamo anche rispondere che certamente ci sono emozioni che aprono il mondo, lo rendono ospitale, luminoso, leggero, ed altre che lo chiudono, lo inaspriscono, 

ad esempio:
la carezza ricevuta dalla persona amata, non giunge a me come una mera sensazione sull’epidermide, ma come un essere accolto che mi consente di riposare.
La stessa carezza dalla persona amata, alla fine della storia, mi trapassa costole e animo.
Le emozioni sono sempre da contestualizzare.

Ora giustamente qualcuno potrebbe osservare:
“ma se le nostre emozioni sono sempre adeguate, allora anche uno stato di depressione come conseguenza della fine di una storia, o anche l’ansia, sono adeguate nel senso che vanno semplicemente accettate?
Il discorso sugli alimenti intorno al quale oggi assistiamo a frequenti dibattiti, su cosa faccia bene e cosa faccia male, ci indica che abbiamo smarrito quella naturalità che ad esempio una scimmia piuttosto che un delfino mantengono nelle loro diete. Con l’industrializzazione sempre maggiore del nostro cibo, per noi a differenza di un animale, sentire cosa ci faccia male, cosa sia adeguato e cosa no, non è semplice, anzi è davvero proibitivo. Oggi si ritiene che lo zucchero faccia malissimo eppure diremo che non vi è nulla “di più dolce”.
Allo stesso modo, per noi non è facile sentire le emozioni che ci appartengono in un determinato momento e spesso quello che sentiamo non è adeguato o inadeguato ma “rivelativo”.
Una mia paziente che diceva di sperimentare ansia per paura della proposta di matrimonio del compagno, scoprì quello che aveva sempre in qualche modo sentito e cioè che il suo timore non era legato all’amore per il compagno ma era piuttosto il timore di non essere una buona madre. L’ansia rivelava e copriva l’emozione autentica. 

Inoltre il nostro emozionarci non è qualcosa come il cibarsi.
Noi non siamo semplicemente Homo sapiens. Siamo creature che si interrogano sul proprio fare, sulla propria esistenza, su cosa sia giusto per il proprio figlio di dieci anni, se accettare o meno quella proposta di lavoro lontano dagli affetti, se sia giusto interrompere una relazione, quale futuro ci aspetta, e così via. Ansie, desideri, scelte, preoccupazioni, dubbi, e il tutto cercando si dare un filo alla nostra storia, di rendere il tutto lineare. E tutto questo lo facciamo tutto il giorno, probabilmente anche nel sonno e non sempre ci riesce di orientarci, di allineare desideri, scelte, bisogni e “doveri”.
Ad esempio, oggi la parola tristezza sembra essere fuori moda: oggi si è al massimo depressi, e non tristi.
Quella che sembra una semplice sostituzione tra sostantivi, racchiude un senso molto più profondo e articolato:
dire che sono depresso anziché triste, in qualche modo mi solleva dal mio stato d’animo, da ciò che sento. E anche in termini di comunicabilità verso l’Altro diventa più semplice: infatti quando dico che sono depresso, anche se l’altro me ne chiedesse il motivo, potrei rispondere di non saperlo, di sentirmi così e basta.
Affermare invece di essere tristi, significa fare i conti con il sentimento che si prova. Se dico di essere triste sono chiamato alla responsabilità di sentire il perchè mi sento in tal modo, o quantomeno di entrare più in contatto con il mio stato d’animo. E anche con l’Altro avrei più difficoltà ad asserire di non conoscerne il motivo.
La tristezza è più personale, la depressione (termine che chiaramente si utilizza in maniera impropria) è spersonalizzante (provate a dire: “sono depresso” e poi “sono triste”, sentite la differenza?)

Ci raccontiamo le cose diversamente, a volte ci depistiamo o semplicemente siamo presi da altro, siamo altrove, e in questo movimento esistenziale ci capita di smarrirci momentaneamente o più a lungo.
Difficile non farlo e non avere bisogno di tanto in tanto di fare chiarezza.
Basti pensare a tutto il tempo che trascorriamo assieme ad altri proprio per riconnetterci con noi stessi.
C’è da dire che oggi questo tempo assume sempre più il senso dell’intrattenimento che della condivisione, e questo conduce necessariamente alla ricerca di uno spazio diverso, di uno spazio proprio dove ritrovarsi.
Ed è così che ci incontriamo allo studio, dove quel senso che era andato momentaneamente smarrito, riconquista il suo posto, il suo significato…e così ci si riappropria serenamente di esso. 

Diego Chiariello

Bibliografia:
Heidegger, Essere e Tempo
Vincenzo Costa, I modi del sentire

Come continuare ad avere sensi di colpa

Oggi voglio parlarvi di uno dei tre principi cardini del benessere psicologico, di quelli da tener ben presente nella vita di tutti i giorni, un mantra da esercitare nella propria quotidianità per godere di maggiore serenità.
Come i tre principi della termodinamica che qualcuno ha appreso alle superiori, senza capirne proprio bene il significato, nella psicologia della salute esistono a mio avviso dei principi cardini del benessere emotivo che vanno presi per come sono, semplicemente perchè sono salutari.

Per mia fortuna,  svolgo un lavoro che mi offre la possibilità di una continua crescita personale, il che equivale anche ad un maggior benessere nella vita di tutti i giorni. Infatti, una parte delle nostre sofferenze scaturisce dalla mancata comprensione di quello che ci accade e ci ri-accade.
Solo quando siamo consapevoli di quello che ci succede possiamo davvero essere artefici della nostra esistenza.

Chiaramente, non tutti i problemi che ci occupano nascono dalla mancata comprensione di cosa sia a generarli.
Ci sono situazioni e condizioni di vita che incutono sofferenza in una maniera diciamo naturale:
pensiamo ad esempio ad un lutto o alla malattia di una persona cara e tante altre situazioni di questo genere che scuoterebbero chiunque.

In questi casi la vita ci mette davanti a delle tematiche che intrinsecamente producono sofferenza.

Allo stesso modo, anche se di tutt’altro tenore, viviamo come ragionevolmente problematiche, proprio perchè senza apparente soluzione, tantissime altre condizioni.
Ad esempio: la mancanza di lavoro può naturalmente generare sofferenza e in questo caso, conoscere il motivo del problema (cioè la mancanza del lavoro) non metterà fine alla sofferenza.
Chiaramente, rispetto agli esempi del lutto o della grave malattia di una persona cara, siamo entro una tipologia di problematiche certamente risolvibili, eppure, logicamente ineccepibili:

 soffro perchè non lavoro e la soluzione al mio problema sarebbe quella di lavorare.

Allo stesso modo, una persona potrebbe affermare:

“Soffro perchè sono solo ma se avessi qualcuno non soffrirei”;
“Soffro perchè al lavoro il capo mi attacca continuamente ma se lui non ci fosse non avrei più alcun problema”.

E’ fin troppo evidente come tutti questi ragionamenti logicamente corretti, continueranno a produrre una quota di sofferenza se inquadrati da quest’unica prospettiva.
Da osservatori esterni, invece, saremo pronti a giurare che la soluzione è a portata di mano e che forse il problema è la persona e non la situazione:
Soffri per la mancanza di lavoro? trovalo!
Soffri perchè ti manca una persona, cercala!
Soffri perchè il tuo capo ti rompe, diglielo! vattene! non so, qualcosa puoi fare altrimenti fregatene!

Anche se le soluzioni così prospettate sono forse un pò troppo sbrigative perchè non tengono conto della situazione in cui la persona è soggettivamente calata, nè dei movimenti che ella probabilmente avrà già messo in atto per tirarsene fuori (cercare lavoro, cercare qualcuno, restare indifferente al capo), ciò nonostante hanno il pregio di intendere la soluzione come qualcosa di pratico, da ricercare nella vita.
Certo, bisognerebbe indagare anche quali sono le ragioni che impediscono l’attuazione di quella che a noi sembra la mossa più ovvia.
Cioè bisognerebbe comprendere, assieme alla persona e non soltanto dal nostro punto di vista di osservatori esterni, cosa impedisce la messa in pratica delle soluzioni da noi prospettate.

In molti casi, le difficoltà di questo genere possono essere ricondotte a tematiche che sfiorano il problema ma non ne rappresentano la vera causa.
Cioè, qualcuno potrebbe ritenere che il proprio malessere sia dovuto alla solitudine ma in realtà essere alle prese con l’elaborazione della precedente storia e dei sentimenti ad essa associati.

Allora in questo caso, la soluzione tarda ad arrivare, non tanto per la difficoltà, ad esempio, ad incontrare un nuovo partner, quanto piuttosto perchè ad un certo livello si sente il bisogno di fare maggiore chiarezza sui sentimenti e le emozioni legate al precedente rapporto:
in questo caso, sarà solo della vecchie ceneri che potrà sorgere un nuovo inizio.

Per questo motivo, in tutte le situazioni che producono una certa quota di sofferenza, non sono sufficienti i consigli o i trucchi che vengono dall’esterno, giacchè, se non si è compreso il reale motivo alla base del malessere esperito dalla persona, non c’è soluzione che tenga se non in maniera provvisoria.
Lo psicologo quindi non può dare semplicemente consigli. Senza la sufficiente conoscenza della tematica d’interesse, essi funzionerebbero come un vestito adattato ad una persona di cui non si conosce la taglia:
“eccoti la taglia 48, sicuramente andrà bene anche a te perchè solitamente va bene a tutti”.
Alla stessa maniera, per una persona che si ritrova a vivere un momento di sofferenza, la ricerca della comprensione mancante non dovrebbe affatto essere vissuta come una dolorosa esperienza ma prospettarsi come la possibilità di una maggiore comprensione di Sè. Ciò conduce ad un estrema liberazione, in quanto assieme ai vissuti che emergono, si ha l’autentica scoperta e appropriazione del proprio “Chi sono io davvero”.

Detto questo, nel corso della mia esperienza lavorativa mi sono ritrovato in più di un’occasione a far partecipe diverse persone dello stesso identico principio salutare, il quale era inizialmente accolto come una vera e propria scoperta.
Questo principio è tanto semplice e scontato che proprio per questo passa sott’occhio e potremmo grossomodo enunciarlo così: Non posso entrare nella testa degli altri”.

Cosa significa?

Quando dico che non possiamo entrare nella testa degli altri non voglio dire, nè che una persona non possa averci tra i suoi pensieri, che non possa averci “in testa”, nè intendo dire che sia sbagliato cercare di essere nella testa degli altri, ossia di comprenderne le intenzioni, le ragioni, le emozioni o i comportamenti. Anzi, è proprio grazie a questa capacità di calarsi nelle situazioni di vita dell’Altro che riusciamo ad afferrarne il punto di vista anche senza viverlo in prima persona.
Rapporti che vanno dalla convivenza sociale fino all’amore non sarebbero possibili senza questa nostra capacità empatica.

Quando dico che non si può entrare nella testa degli altri intendo semplicemente rimarcare un aspetto fondamentale che sostanzia il nostro rapporto con l’Altro:
per quanto io mi sforzi di capire qualcun’altro nelle sue intenzioni, giudizi, comportamenti, emozioni, vissuti e quant’altro, esisterà sempre e comunque un limite invalicabile oltre il quale non mi è consentito andare e che è dato appunto dal suo essere un Altro diverso da Me. Ammenochè non sia la persona stessa a comunicarmi i suoi vissuti e come tutti noi sappiamo anche in questo caso ciò potrebbe essere non sufficiente.
Ma quello che qui voglio affermare è davvero molto semplice: i nostri e altrui pensieri, sentimenti, vissuti, emozioni, la nostra esperienza, sono essenzialmente nostri. Questo vale per noi stessi ma vale anche per gli altri.
Per cui, per quanto noi possiamo essere convinti di aver colto la verità dietro un comportamento, un atteggiamento, un vissuto che riguardi l’Altro dobbiamo riconoscere che la nostra è una pura e semplice interpretazione, magari giusta, ma pur sempre un’ interpretazione.
Chiaramente, il grado di accuratezza delle nostre interpretazioni varia a seconda del contesto, della conoscenza della persona e di altre variabili in esame, tanto che grazie a delle regole prefissate il nostro vivere assieme si svolge in una maniera pressochè automatica, fluida, quotidiana. 

Ora, sembrerebbe quasi un paradosso che sia proprio uno psicologo ad affermare che non sia possibile entrare nella testa degli altri, ma a pensarci bene, è un fatto innegabile.

Ok! direbbe qualcuno:

“E’chiaro che non possiamo entrare nella testa degli altri però possiamo arrivare a capire a seconda della persona e della situazione quello che ci interessa sapere.

Ad esempio,
Oggi Giorgio tramite un SMS mi ha comunicato che questa sera non possiamo vederci, dicendomi che è a causa del mal di testa, mentre io so che nel pomeriggio ha litigato con la sua compagna per la storia dell’armadio rotto. Magari non potrò entrare nella sua testa però ho ottime ragioni per dedurre che sia questo il reale motivo del suo “mal di testa”…e poi, se così non fosse, non è che ci perdo il sonno, in fondo domani glielo potrò chiedere e il mistero è risolto.

Perfetto!

Da questo semplice esempio possiamo vedere come nei casi in cui non ci sia possibile determinare con assoluta certezza le ragioni di un dato comportamento, ci affidiamo alla nostra intuizione e procediamo effettuando dapprima un’inferenza dagli indizi in nostro possesso e poi abbozzando una ricostruzione:
Se Giorgio non viene sarà successo qualcosa-oggi ha litigato con Anna-probabilmente sarà questo il motivo.
Cioè, a seconda di quello che abbiamo in nostro possesso, sensazioni, fatti, notizie, conoscenza della persona e quant’altro, cerchiamo di ricostruire l’accaduto:
Giorgio quando litiga con Anna fa sempre così, e inoltre so bene quanti problemi stiano vivendo in questo momento.

Nell’esempio di Giorgio dobbiamo tener presente questi tre aspetti:
il primo è che Giorgio è un nostro caro amico, una persona che conosciamo molto bene. Ad esempio sappiamo che vive una relazione importante con Anna e che al momento si ritrova a vivere un periodo poco sereno a causa dei suoi problemi sul lavoro che sembrano ripercuotersi anche sulla coppia.
Il secondo aspetto da tenere presente è che a nostro avviso si trattava di una semplice cena e che quindi il motivo del suo improvviso ripensamento non ci scuote affatto: che sia questo o un’altro il motivo, non importa, quando e se vorrà sarà lui a dircelo.
E terzo, cosa davvero importante, non crediamo sia dipeso da noi.

Sottolineiamo ancora una volta che è del tutto naturale cercare di comprendere le intenzioni altrui, anzi, è talmente umano che in realtà quando siamo assieme agli altri, noi non ci sforziamo nemmeno di farlo ma siamo istintivamente portati a farlo:
Vedo un genitore fare una carezza al figlio e subito penso che sia un bravo genitore, magari una brava persona e così via. Il tutto senza che nemmeno me lo chieda. Infatti diamo anche per scontato che quella persona sia uno dei due genitori mentre potrebbe benissimo essere uno zio o addirittura un estraneo. Ma se il nostro giudizio, il nostro vivere assieme agli altri dovesse passare ogni qualvolta al vaglio del nostro ragionamento, diverrebbe impossibile vivere assieme, e anzichè essere così spontanei assomiglieremmo più a dei robot che si muovono a scatti.

Rispetto all’esempio di Giorgio, proviamo ora a variare la situazione restando sullo stesso tema.

Abbiamo invitato Claudia che da poco conosciamo a prendere un caffè. Claudia accetta e ci ritroviamo come d’accordo al Bar Forever. Qui cominciamo a conversare, Claudia è molto simpatica e con lei è davvero facile discorrere un pò su tutto. Ci divertiamo, ci conosciamo meglio, trascorriamo un’oretta assieme davvero piacevole e crediamo che anche per lei sia così. Decidiamo infatti di risentirci per una cenetta di lì a poco. Quando lasciamo Claudia siamo contenti, era da tanto che non avvertivamo questa sintonia con una persona.
Il giorno dopo, risentiamo Claudia e nei giorni successivi ci messaggiamo spesso. Così le chiediamo quando sarebbe disponibile per quella cenetta, magari anche domani se non ha già altri impegni. Ma Claudia ci dice che non vorrebbe complicare le cose, che è felice della nostra nascente amicizia e di passare del tempo assieme ma non vuole che diventi una frequentazione che porti ad altro.
D’accordo, nulla di sconvolgente!
Claudia è una persona interessante ma non la conosciamo da tanto. Magari è semplicemente estroversa e dolce di suo e non per un’intesa con noi. Ce lo diciamo ma non ne siamo convinti!
Così cominciamo col passare in rassegna alcuni momenti significativi dell’incontro al bar, delle telefonate e dei messaggi, quelli che secondo noi testimonierebbero questa presunta intesa e cosa possa ad un certo punto averla irrimediabilmente guastata. Giochiamo così per un pò, ma niente. Poi cominciamo a pensare che forse quella frase sulla troppa emancipazione delle donne non le sia affatto piaciuta. Eppure era chiaro il nostro punto di vista a favore delle donne, ma forse lei non l’ha compresa del tutto o magari voleva che la invitassimo subito senza aspettare tanto, infatti ce lo aveva detto che le piacciono gli uomini decisi. Certo potremo anche chiederle se ci siamo sbagliati ma forse nemmeno lei è consapevole di cosa a un certo punto le abbia fatto cambiare idea.
Cosa possiamo aver detto o aver fatto mai per farle cambiare idea?

In questo caso, a differenza dell’esempio di prima, non abbiamo il supporto della conoscenza della persona che ci consenta di fronteggiare i nostri dubbi ed inoltre questa volta, siamo più interessati a comprendere cosa sia successo in quanto ci sentiamo più coinvolti. Gli indizi ci sono: ricordi, sms, tracce da cui recuperare” la verità” dei fatti.

Da questo nuovo esempio si evincono due cose:
la nostra già menzionata naturale tendenza investigativa ( chi più, chi meno) a ricostruire gli eventi, specie quelli che non si accordano con le nostre aspettative.
E cosa più importante, la spirale autoriflessiva nella quale si può cadere se non si accetta il limite invalicabile che è quello di non poter entrare nella testa degli altri.

Insomma, va bene cercare di capire se con Claudia abbiamo frainteso fin dall’inizio o magari sia successo qualcos’altro, ma attenzione, il pericolo è dietro l’angolo. Se non si tiene presente che le nostre più attente indagini non ci consentiranno mai di avere la certezza di cosa passi nella testa di qualcun’altro, alla fine c’è il pericolo di diventare noi stessi il bersaglio delle nostre ricerche:
Claudia non vuole più uscire, IO avrò detto o fatto qualcosa che non va!
E più siamo avvezzi al rispecchiamento, maggiormente ci sentiremo gli artefici o meglio i colpevoli dell’universo.
Se vi state chiedendo cosa porta ad un certo punto a spostare l’attenzione su di Sè mentre siamo alle prese con l’interpretare i movimenti dell’Altro, la risposta discende dallo stesso principio che stiamo formulando: giacchè non possiamo entrare nella testa degli altri, gira e rigira l’obiettivo si andrà a spostare su ciò che invece possiamo conoscere, ossia noi stessi, i nostri comportamenti, cosa abbiamo detto non detto, fatto non fatto…

E più siamo avvezzi a questo procedimento più esso sarà automatizzato tanto da sfuggire alla nostra consapevolezza.
Per cui, se nelle tante situazioni che ci interpellano, siamo soliti leggervi una nostra responsabilità diretta, allora è comprensibile che i sensi di colpa e con essi una più o meno maggiore quota di sofferenza si faccia sentire.

In definitiva, per tutti i maestri dei gialli, esperti R.I.S. e quant’altro, si dia pure libero sfogo alla propria bravura e creatività, ma non dimentichiamo mai che le nostre sono soltanto ipotesi e al massimo libere interpretazioni. Inoltre, accettiamo ad indagini concluse di non pervenire per forza ad una verità. Impariamo ad accogliere il dubbio, la tensione di non capire cosa passa nella testa di una persona, perchè a seconda del nostro grado di egocentricità e dell’importanza della situazione, della persona o altro, il rischio alla fine è che tutto ci si ripercuota contro.
Inoltre, quando parlo di ricostruzione, non dobbiamo immaginare qualcosa che duri settimane. A volte il tutto avviene in pochi secondi ma il processo è esattamente lo stesso:
non so perchè sia successo questo, forse dipende da me.

Per cui, nelle situazioni ambigue, che non ci consentono di stabilire con esattezza il significato delle cose, diamo pure libero sfogo alle varie interpretazioni ma teniamo presente questo utile mantra:
NON POSSO ENTRARE NELLA TESTA DEGLI ALTRI!
Non possiamo sapere perchè Claudia non abbia accettato il nostro invito, forse per questo, forse per quest’altro o forse per altro ancora. La verità la conosce Claudia.
Con questo come ho già largamente detto, intendo dire che è più che naturale cercare di comprendere quello che resta enigmatico, specie se ci procura una quota di sofferenza, ma accettare che l’altro è portatore di un mistero al quale molte volte non ci è possibile accedere è l’unico modo per vivere autenticamente e in maniera più salutare la vita e il vivere assieme.

Così spero di aver risposto anche al perchè io credo fermamente che lo psicologo in primis debba tenere presente questo mantra nel suo lavoro.
Un bravo terapeuta a mio avviso non cerca di entrare nella testa degli altri, non cerca di spiegarti tu come sei, sarebbe follia credere che un’altro possa saperne più di te, ma attraverso le giuste domande, frutto di una conoscenza delle storie di vita, delle personalità e dei modi di essere, riesce a capire, assieme a te, TU CHI SEI e non come sei fatto: proprio come il migliore dei sarti che con i suoi strumenti cuce il vestito che noi desideriamo e non quello che lui ha in magazzino.
Ma se proprio vogliamo dirla bene, un bravo terapeuta, ti mostra, attraverso quello che tu gli mostri di te stesso: quale abito indossi, come ti calza e quanto ti appartiene. Ed eventualmente come sostituirlo.

Pregiudizi, stereotipi e discriminazione

Pregiudizi, stereotipi e discriminazioni, cosa sono? Quando hanno luogo? E soprattutto, quanto ci condizionano nella vita di tutti i giorni? Ne sapevano bene gli antichi filosofi, come Socrate e Aristotele. Vediamo gli spunti che questi filosofi possono offrirci rispetto a temi psicologici

Sono concetti psicologici ormai entrati a far parte del linguaggio comune, ma non sempre è chiara la differenza tra di essi e soprattutto come si formano. Lo vedremo non solo dalla prospettiva della psicologia, una visuale per me congeniale, ma anche attraverso l’eredità di Socrate e Aristotele, pensatori che non smettono mai di insegnarci.

Come molti, anche io credo di avere sempre più o meno presenti le ragioni che mi portano ad optare per una determinata scelta, ma ad un esame più attento, mi accorgo che dire le “mie ragioni” travisa la realtà dei fatti. Certo sono io a prendere la decisione e sono io che scelgo di condividere certi ragionamenti piuttosto che altri, ma effettivamente, quanto c’è di “mio”?, e soprattutto, cosa ha determinato il mio propendere in una direzione anzichè in un’altra. Avviene sempre dopo un’attenta valutazione dei fatti? Dei vantaggi e degli svantaggi di ciascuna possibilità,  o sono altri gli elementi che pesano e guidano il mio giudizio? 

Gli psicologi hanno visto ormai da tempo che molte delle nostre scelte, più che basarsi su un’attenta valutazione dei fatti, sono frutto di quel meccanismo di semplificazione che va sotto il nome di pregiudizio.
Un meccanismo a volte molto utile (per quanto il termine abbia assunto la sola accezione negativa), soprattutto in un’epoca come la nostra, purchè non si finisca per esserne vittime inconsapevoli.

Pre-giudizio significa letteralmente “giudizio a priori”, e quando parliamo di pregiudizio in psicologia ci riferiamo agli atteggiamenti: i pregiudizi, quindi, sono atteggiamenti basati su una forte componente emotiva.

Cosa significa questo? 

Per rispondere a questa domanda dobbiamo anzitutto capire cos’è un atteggiamento.

N.B. Quindi, prima di capire cosa sono i pregiudizi dobbiamo vedere il significato degli atteggiamenti.

Atteggiamenti

Gli atteggiamenti sono giudizi (ossia decisioni, valutazioni, categorizzazioni etc.) permanenti, e sono -positivi o negativi- riguardo a persone, fatti o idee.

Cosa vuol dire giudizi permanenti?

Gli atteggiamenti si dicono permanenti nel senso che resistono nel tempo. Una sensazione passeggera di fastidio verso una frase detta da qualcuno, non costituisce un atteggiamento, a differenza invece di un’impressione negativa e permanente a suo riguardo (ad esempio, Marco ogni volta che apre la bocca è insopportabile, rispecchia un atteggiamento negativo, inteso come giudizio permanente, nei confronti di Marco).

Ai fini del nostro discorso è essenziale sapere che gli atteggiamenti sono costituiti da tre diverse componenti o parti, in particolare essi comprendono:

  • una componente emotiva, che consiste nelle nostre risposte emotive rispetto all’oggetto dell’atteggiamento (Andrea mi è antipatico)
  • una componente cognitiva, fatta da ciò che pensiamo o crediamo a suo riguardo (Andrea non capisce di calcio;)
  • una componente comportamentale, che consiste nelle nostre azioni o nel comportamento osservabile nei confronti dell’oggetto dell’atteggiamento (con Andrea non ci parlo più).

N.B. Quindi, gli atteggiamenti sono giudizi permanenti, cioè resistenti nel tempo, e sono formati da tre parti: una emotiva, una cognitiva, e una parte comportamentale.

Perchè allora questo discorso sull’atteggiamento e sulle tre parti che lo compongono, se poi sono sempre presenti tutte assieme?

Il fatto è che non tutti gli atteggiamenti hanno origine allo stesso modo. Sebbene tutti includano componenti emotive, cognitive e comportamentali, ciascun atteggiamento può essere basato su una componente in misura maggiore rispetto alle altre.

Ad esempio, se con Andrea non ci parlo più perchè mi è antipatico, vuol dire che è la componente emotiva ad avere un peso maggiore sul mio atteggiamento verso Andrea. Se invece con Andrea non parlo di calcio perchè a mio avviso è troppo inesperto sarà la componente cognitiva a guidare il mio comportamento e il mio giudizio.

Come può esserci utile questo?

In molte circostanze della vita, è bene tenere presente quanto peso abbia ciascuna componente su un certo giudizio, in quanto l’una (la componente emotiva) potrebbe influenzare l’altra (la componente cognitiva) senza che la persona ne sia completamente consapevole o ne stimi la portata.

Lo sa bene chi fa pubblicità, quanto è importante associare certi vissuti emotivi all’immagine del proprio prodotto, visto che più della componente razionale è l’aspetto emotivo che guida la scelta dei consumatori. Ad esempio, una compagnia telefonica che come réclame mostra dei giovani che si divertono ad una mega festa, non è tanto interessata a far risaltare le caratteristiche di convenienza della propria offerta, quanto piuttosto all’effetto emotivo da suscitare e far associare al possibile uso del proprio prodotto.

Cosa potrà mai c’entrare un’offerta telefonica con le feste e la libertà?

In questi casi si dice che il nostro atteggiamento è a base emotiva, in quanto è soprattutto la componente emotiva che ispira il nostro giudizio.

Un’atteggiamento a base emotiva non implica necessariamente un giudizio distorto o svantaggioso. Il punto infatti non è quello di essere nei nostri giudizi sempre razionali piuttosto che emotivi ma è tener presente il peso di ciascuna componente, così da essere più consapevoli dei fattori che entrano in gioco nei nostri atteggiamenti ed eventuali comportamenti.

Se dobbiamo valutare i pro e i contro di un’offerta telefonica, sarebbe preferibile valutare i prezzi di ciascuna compagnia o utilizzare altri criteri di differenziazione, piuttosto che l’immagine che la compagnia richiama. Potrebbe sembrare talmente ragionevole da essere scontato ma non è così, basta vedere le reclamè che circolano e soprattutto constatare il nostro comportamento di consumatori.
Quando preferiamo Apple ad Samsung, il nostro giudizio è soprattutto a base emotiva o cognitiva?
Le pubblicità puntano soprattutto nel suscitare un atteggiamento emotivo e non cognitivo, così da fidelizzare i consumatori. E’ chiaro che anche informazioni razionali potrebbero veicolare la nostra scelta, ma la componente emotiva molto spesso assume un peso preponderante.

Gli atteggiamenti a base emotiva condividono alcune caratteristiche:

  • non derivano da un esame razionale della questione
  • non sono retti dalla logica
  • spesso sono legati ai valori delle persone sicché tentare di modificarli implica la minaccia dei valori stessi.

N.B Quindi, gli atteggiamenti, ossia i nostri giudizi permanenti sulle persone, fatti, o idee, sono costituiti da tre componenti (emotiva, cognitiva, comportamentale), quando la parte emotiva supera quella cognitiva, sono definiti atteggiamenti a base emotiva.

Pregiudizi

Ora che abbiamo chiarito cosa sono gli atteggiamenti e da quali parti sono formate, possiamo meglio comprendere cosa sono i pregiudizi.
Nel nostro esempio precedente  (“Andrea mi è antipatico”), ipotizziamo che Andrea ci sia antipatico non tanto per il suo essere Andrea, bensì soltanto perchè laziale. In questo caso, non si tratterebbe solo di un giudizio emotivo, ossia il considerare emotivamente antipatico Andrea, ma di un pre-giudizio, in quanto l’atteggiamento nei confronti di Andrea dipenderebbe non tanto da una sensazione di antipatia legata alla sua conoscenza, ma unicamente dal suo appartenere ad un gruppo, dal suo essere laziale. Quindi, la caratteristica che mi fa considerare Andrea antipatico, deriva dal pre-giudizio (negativo) nei confronti della categoria “laziali” e non verso Andrea in quanto Andrea.

Come abbiamo detto i pregiudizi possono essere sia positivi che negativi; ad esempio Andrea potrebbe risultarmi simpatico se fosse romanista.
Come è facile intuire, il pregiudizio è un elemento importante della formazione e dello spirito di gruppo.
In questo caso, i laziali potrebbero risultarmi più simpatici, leali, o altro per il solo fatto di appartenere alla mia stessa squadra di calcio, e di contro provare un atteggiamento negativo verso i non appartenenti al mio stesso gruppo (soprattutto verso gli oppositori, in questo caso i tifosi della Roma).
E’ chiaro che dal calcio possiamo spostarci ad altri gruppi, ad esempio quelli politici, etnici e così via.

N.B. Quindi, il pregiudizio è un atteggiamento a forte componente emotiva e non semplicemente a base emotiva, e consiste in un giudizio preformato sulle persone, idee o fatti. E’ resistente al cambiamento, in quanto si fonda su vissuti emotivi che non sono facilmente modificabili da informazioni cognitive.

E gli stereotipi?

Gli stereotipi sono generalizzazioni condotte su gruppi di persone, in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo, senza tenere conto delle diverse variazioni fra i membri (tutti i laziali sono meschini, i napoletani vogliono sempre fregarti, le donne al volante sono pericolose, la maggior parte dei neri rubano). Una volta formati, gli stereotipi sono resistenti al cambiamento, anche quando sopraggiungono nuove informazioni.

E’ importante sottolineare che come per gli atteggiamenti, la stereotipizzazione non conduce necessariamente a commettere abusi intenzionali.

Allport descrisse la stereotipizzazione come la “legge del minimo sforzo”.

Secondo questo autore, il mondo è troppo complesso perchè noi possiamo permetterci di conservare un atteggiamento differenziato rispetto ad ogni cosa; la conseguenza è che massimizziamo la nostra energia cognitiva al fine di sviluppare degli atteggiamenti accurati solo versi alcuni argomenti, mentre semplifichiamo le credenze nei confronti degli altri. Ad esempio, se un individuo rientrando in casa trovasse delle persone che rovistano tra le sue cose, non starebbe certo a chiedersi se quegli uomini sono lì per rubare o fare altro.

Lo stereotipo può essere un modo duttile ed economico per affrontare gli eventi complessi nella misura in cui si basa sull’esperienza ed è accurato. Se però ci nasconde le differenze individuali all’interno di una classe di persone, lo stereotipo diventa uno strumento scarsamente duttile e potenzialmente dannoso e offensivo.

Discriminazione

Quando poi le credenze stereotipate si combinano con una reazione emotiva negativa, si traducono in un comportamento scorretto o addirittura violento: in altre parole, la discriminazione, definita come un’azione ingiustificata negativa o dannosa nei confronti di un gruppo, semplicemente per l’appartenenza a quel determinato gruppo.

N.B. Quindi, nell’esempio di Andrea, il fatto che una persona consideri i laziali tutti uguali (stereotipo) assieme al giudizio negativo che nutre nei loro confronti in quanto laziali (pregiudizio) lo porterà a non parlare con Andrea (discriminazione).

Sappiamo bene fin dove si possono spingere i comportamenti discriminatori e non solo nel calcio.

Socrate, Aristotele e i sofisti

Cosa c’entrano con tutto questo?

Facciamo un passo indietro e vediamo cosa Socrate può aggiungere al nostro discorso. Dobbiamo immergerci in un tempo passato lontanissimo, all’incirca nel 470 A.C. anno in cui è fatta risalire la sua nascita.

Chi fosse Socrate lo sappiamo tutti, è stato uno dei più celebri filosofi dell’antichità, il quale riteneva che per arrivare alla verità l’individuo dovesse guardarsi dentro (“Conosci te stesso”) e partire da una considerazione quasi paradossale: “il vero saggio è colui che sa di non sapere”. Per Socrate infatti ciascuno di noi preso singolarmente non può assurgere alla verità perchè l’ignora, però nel confronto con l’altro, in un atteggiamento di autentica ricerca, vi può pervenire.

Per Socrate quindi il dialogo era il mezzo che consentiva di raggiungere la verità delle cose e sulle cose.

Ai tempi di Socrate però era un’altra la filosofia imperante. Il Sofismo.

Il Sofismo nasce come spostamento di interesse di ricerca, dalla natura sull’uomo.

Cosa significa?

Il Sofismo

Anche a quei tempi le domande che l’uomo si poneva riguardavano la sua origine: da dove veniamo? com’è fatto l’universo? perchè esistiamo?. Domande che inizialmente trovavano nei diversi miti greci le risposte a questi grandi enigmi (per chi volesse conoscerli meglio consiglio la visione di: “Pollon combina guai”).

L’originalità della filosofia greca consiste proprio nel riprendere questi grandi enigmi di sempre, avanzati dalla tradizione mitica, per risolverli con criteri razionali. Quindi la filosofia nasce come esigenze di dare risposte ai grandi interrogativi, non più soltanto attraverso il mito, bensì anche attraverso la ragione (il logos).

Così cominciano a sorgere diverse teorie sull’origine dell’universo e del mondo. Per qualcuno il tutto origina dall’acqua, per qualcun’altro dall’aria, per altri ancora dal fuoco. E proprio perchè per questi primi filosofi l’origine del tutto era da ricercare in un principio naturale (arkè) questa corrente viene definita: Naturalismo.

Il Sofismo nasce appunto come spostamento di interesse, da questa ricerca di un principio originale presente nella natura, sull’uomo. Secondo i Sofisti in pratica da un lato era impossibile stabilire quale principio (tra l’acqua o l’aria o il fuoco o la terra etc.) fosse l’unico vero, dall’altro più che dalla stabilità di un principio, la natura si contraddistinguerebbe per la sua contraddittorietà, e per questo, tanto valeva dedicarsi all’uomo. “L’uomo è il metro di tutte le cose” (Protagora), cioè è l’uomo che di volta in volta può stabilire la verità delle cose.

Questo spostamento di interesse dalla natura all’uomo non era però scevro da pericoli. Infatti per gli antichi, l’esistenza di una verità certa e incondizionata, come poteva essere un unico principio da cui far discendere il tutto, voleva dire anche avere una solida dottrina morale: il comportamento umano dovrebbe infatti adeguarsi a questa verità che, in quanto universale, garantirebbe il bene di tutti gli uomini. Se invece fossimo convinti che la verità è intrinsecamente contraddittoria, allora non esisterebbe più un criterio certo di comportamento e si correrebbe il rischio dell’anarchia sociale, del prevalere di comportamenti individualistici, in quanto non esisterebbero più dei valori su cui fondare la convivenza civile.

Come fare dunque? Dove trovare i nuovi valori?

E’ nell’ambito della discussione, l’attività umana per eccellenza in cui i diversi ragionamenti si scontrano, che si nasconde la possibilità di fondare dei criteri morali, quei criteri su cui fondare il vivere comune. Gli uomini discutendo, possono infatti convincersi delle rispettive ragioni. Ma questo consenso che tende al bene della comunità, lo si può raggiungere solo attraverso una particolare attività, la politica:

il filosofo vede nell’attività politica la possibilità di salvezza per l’intera umanità.

Il sofista, conscio dei pericoli che corre l’umanità per l’incertezza delle conoscenze e consapevole che la salvezza dell’umanità si realizza solo attraverso l’attività politica, intende educare la gioventù ateniese all’arte politica. Il sofista ha dunque una grande responsabilità sociale e proprio per questo si faceva pagare molto per le sua attività d’insegnante: deve infatti educare i futuri uomini politici.

L’educazione sofistica consisteva essenzialmente nell’arte della retorica, ossia nel ben parlare e nel ben sostenere le proprie opinioni presso i tribunali o, comunque, nei contesti pubblici. I giovani, dovevano essere abili nell’arte della persuasione così che una volta divenuti politici, avrebbero potuto spingere le masse sulla strada della convivenza pacifica, verso i comportamenti più utili della comunità. Questa posizione sofistica è di un filoso in particolare: Protagora. 
Per  Gorgia, invece, l’altro grande sofista, la persuasione è possibile solo con l’inganno. Gorgia ritiene che il meccanismo alla base del consenso, cioè la ragione per cui il nostro interlocutore sarà portato a condividere le osservazioni che gli proporremo, deriva da un lavoro che noi abbiamo realizzato sulla sua psiche, e che lo porta ad autoconvincersi della verità di quanto gli diciamo. In altre parole, l’interlocutore non crede al nostro discorso perché razionalmente convinto, ma vuole credere a quanto gli diciamo perché sedotto emotivamente dalle nostre parole.
Mentre secondo Protagora attraverso la persuasione chiunque avrebbe accolto l’utile sociale, per Gorgia, invece, la persuasione che permette di far cambiare all’altro la propria opinione, non era legata all’evidenza del bene comune, quanto piuttosto alla bravura nel persuadere ed eventualmente ingannare l’interlocutore. Anche per Gorgia comunque, la persuasione come arte dell’inganno era buona cosa solo se permetteva di far dirigere le masse verso il bene comune. Cioè quando la massa “ignorava” ciò che era meglio per tutti, perchè attratta da fini egoistici, allora l’inganno era necessario e utile (Per Gorgia il politico era come un genitore che racconta bugie a fin di bene).
 
Ma cosa succede se l’arte della persuasione è utilizzata a fini egoistici?
 
Se Protagora e Gorgia tendevano entrambi attraverso la retorica e al suo insegnamento al benessere della comunità, è nei loro discepoli che si assiste ad un cambiamento. La sofistica, piuttosto che svilupparsi progressivamente secondo la direzione etica difesa dai suoi fondatori, degenera. Infatti, d’ora in avanti la sofistica corrisponderà ad una tecnica agonistica che ha come presupposto quello di confutare l’avversario e perseguire l’utile individualistico.
Ed è in questo frangente storico che si inserisce la figura di Socrate.
 

Socrate

Socrate condivide così con la sofistica il primato della parola e del linguaggio e la centralità del confronto dialettico fra parlanti.

Le differenze fra Socrate e i sofisti

Dov’è però la sostanziale differenza fra Socrate e i sofisti è nel modo di concepire il dialogo. Se per i secondi sofisti si designava come una tecnica agonistica, per Socrate invece, rappresentava una collaborazione reciproca di individui ciascuno dei quali ha interesse a cogliere la verità.

Socrate elabora allora delle tecniche con cui condurre il dialogo, in grado di indirizzarlo nella giusta direzione morale:

-l’ironia e la confutazione: attraverso l’ironia, Socrate finge di credere alla falsa sapienza del suo interlocutore, e lo adula, gli fa dei complimenti, ammira la sua sapienza. Poi però, attraverso la confutazione, ne dimostra l’ignoranza e ne distrugge tutte le sicurezze.

-la maieutica, ovvero una tecnica in grado di far scaturire, attraverso la discussione, la verità presente in ognuno di noi.

Per Socrate l’uomo è in possesso di un intelletto (facoltà razionale) che gli permette di avvertire, nei vari ragionamenti, una maggiore o minore vicinanza alla verità. Socrate si dimostra totalmente fiducioso nei valori logici del discorso, in grado di confutare le fumose asserzioni dei sofisti e di rivelare la natura specifica dell’intelletto umano.
Ad esempio, in un dibattito tra due scienziati tesi a dimostrare le loro teorie, Socrate, probabilmente, ci consiglierebbe di mettere tra parantesi nei discorsi dei due scienziati, quelle espressioni cariche di elementi persuasivi, tese a coinvolgerci emotivamente, a sedurci, piuttosto che a convincerci razionalmente.
Ricordate il discorso sugli atteggiamenti a base emotiva?
Se il nostro atteggiamento verso le affermazioni dello scienziato sarà a carattere esclusivamente emotivo, saremo inconsapevolmente portati a giudicare la forza persuasiva del discorso, non tanto sulla base di elementi razionali, plausibili ragioni, quanto piuttosto a partire dai vissuti emotivi suscitati (Mi piace come parla, mi ispira fiducia)
Stesso discorso della pubblicità!
Qualcuno potrebbe chiedersi come fare allora a seguire gli elementi razionali del discorso di uno scienziato se non si conosce l’argomento.
Socrate direbbe, guardate ai fatti!
E se non è possibile valutare i fatti in quanto persone incompetenti, allora bisogna valutare i fatti di coloro a cui abbiamo affidato e demandato il compito di giudicare.
Ad esempio, se il discorso lo riportiamo alla politica, è facile lasciarsi catturare dai vari slogan come: “ci vogliono le ruspe”, “facciamo il vaffa day” “rottamiamo”.
Inoltre è bene tenere presente ancora un ultimo aspetto.
 

Aristotele

 Anche Aristotele rappresenta uno dei più celebri filosofi della storia. L’ immensa eredità Aristotelica comprende anche un trattato sullo studio della retorica, che come abbiamo già detto, riguarda l’arte del saper parlare e del saper persuadere. Per Aristotele, nella retorica, tra i vari elementi, svolgono un ruolo fondamentale sia l’atteggiamento del retore (ethos), sia la disposizione d’animo di chi ascolta (pathos).
Il buon retore deve saper sfruttare le emozioni del pubblico a proprio vantaggio, riuscendo a suscitare quelle più adatte ai suoi scopi. Per questo motivo, Aristotele dedica larga parte del Libro a studiare le varie emozioni, dandone una definizione e analizzando le circostanze e le persone con cui si è solito provarle. Nell’ordine, il filosofo parla di: collera, mitezza, amicizia e inimicizia (amore e odio), timore, vergogna, gentilezza e sgarbatezza, pietà, sdegno, invidia, emulazione.
Non è possibile dilungarci su quest’opera (anche perchè mi occupo di psicologia) ciò che comunque ci importa sottolineare sono tre aspetti:
  • già nell’antichità si era ben consapevoli che ai fini della persuasione del proprio uditorio si dimostrava essenziale adattare gli argomenti ai sentimenti del pubblico,
  • le emozioni alterano le opinioni degli uomini, e sono in grado di modificare i giudizi,
  • è impossibile ascoltare, giudicare, scegliere, vivere, in maniera neutra, cioè privi di emozioni; il ragionamento è qualcosa che la persona deve imporsi, le emozioni nascono in maniera automatica e guidano i nostri giudizi.

Per cui, nell’esempio del politico, è inevitabile che a guidarci nel nostro giudizio sarà anche il nostro atteggiamento emotivo (Come parla, mi ispira fiducia). Inoltre, nell’esempio del dibattito, più siamo esperti e interessati all’argomento, più la nostra attenzione potrà sintonizzarsi sugli elementi razionali del confronto; meno siamo esperti della materia e quindi meno informazioni si hanno per giudicare, più l’attenzione sarà catturata da espressioni a carattere emotivo. Infine, nel caso in cui sia presente un pre-giudizio, si tenderà ad enfatizzare le informazioni confermanti e a minimizzare quelle contrarie al nostro giudizio aprioristico.

 

Ricapitolando

Gli atteggiamenti ossia i giudizi permanenti verso persone, fatti o idee, si basano sempre su una valutazione di tipo emotivo, cognitivo e comportamentale. Quando l’atteggiamento si basa su un maggior peso della componente emotiva, parliamo di atteggiamento a base emotiva, quando invece è la componente cognitiva ad essere predominante il nostro atteggiamento è di natura cognitiva. 

Parliamo invece di pregiudizi quando la componente emotiva prende il completo sopravvento su quella cognitiva, e il giudizio di un individuo su un’altra persona, oggetto, idea, è dato a priori e prescinde da ogni altro fattore (Andrea mi è antipatico perchè è laziale).

Gli stereotipi sono generalizzazioni in cui le caratteristiche identiche sono attribuite ai membri di un gruppo. Negli stereotipi si amplificano le somiglianze e si restringono le differenze, per cui sono tutti molto simili a partire dall’elemento gruppo. Mentre il pregiudizio rappresenta la forte componente emotiva dell’atteggiamento, lo stereotipo riguarda la componente cognitiva. Gli stereotipi non sono sempre negativi, ma lo diventano se applicati in maniera violenta o discriminante ai gruppi di persone, etnie. Ad esempio il razzismo è una forma di discriminazione che si basa su uno stereotipo e si accompagna ad un pregiudizio negativo. Una forma di razzismo moderno è quello cosiddetto strisciante, in cui il pregiudizio si manifesta in maniera velata ( Ad esempio dire di una persona di colore, che è abbronzata, è una forma di razzismo strisciante).

La discriminazione è mettere in atto un comportamento discriminatorio rispetto ad uno stereotipo e ad un pregiudizio. Non ti faccio guidare (discriminazione) perchè voi donne (stereotipo) al volante siete pericolose (pregiudizio).

Abbiamo visto che già Socrate ci metteva in guardia dal nostro modo di giudicare le cose, spesso troppo denso di contenuti emotivi e poco attento ai fatti. Nei vari confronti che ebbe, per evitare che il pubblico si facesse catturare dalle acrobazie retoriche dei sofisti, Socrate preferiva si utilizzasse “il dialogo breve” (ciascuno parlava per poco tempo) e non quello lungo, proprio per evitare che l’uditorio cominciasse a seguire di pancia e non più di testa le diverse argomentazioni. Come abbiamo detto, a Socrate non interessava vincere” il duello”, ma pervenire assieme al suo interlocutore alla verità delle cose. Per cui scelto un argomento, Socrate dialogava con il suo interlocutore ed ognuno esprimeva il proprio punto di vista, ma non col fine di confutare e basta l’avversario, quanto piuttosto di ragionarvi assieme in un clima di collaborazione.

Abbiamo anche visto assieme ad Aristotele che l’uomo non è una macchina, ed è predisposto a seguire l’oratore sopratutto in un atteggiamento emotivo. Per cui quanto  più la fonte (l’oratore, il politico, l’amico) ci risulta attendibile, maggiore sarà il nostro grado di attenzione per quelle espressioni a carattere emotivo, fino alla possibile formazione di un pregiudizio-positivo o negativo-il quale una volta costituitosi ci farà”ragionare” e seguire un dibattito, alla stregua di un ultras (che va bene per lo sport ma non per queste faccende).

A proposito di politica e di referendum. Durante il processo che lo vedeva imputato, Socrate, che rischiava la condanna a morte (la quale poi avvenne), non solo rifiutò la difesa da parte del più bravo avvocato sofista di Atene, ma quando gli fu chiesto di tenere un discorso a suo favore che avrebbe potuto salvarlo dalla condanna, preferì tenere “un breve discorso” ironico sulla disonestà dei giudici, piuttosto che lasciarsi andare a lunghi e seduttivi sofismi…

ma questa, è un’altra storia…

a cura di Diego Chiariello

 

Bibliografia:

Fondamenti teorici di psicologia sociale

Sitografia

http://www.carosotti.it/scritti-sulla-filosofia/socrate-e-la-sofistica

Wikipedia: Aristotele, La retorica